La notte è un tempo ma anche un luogo. La notte è buio, rischio, pericolo, avventura. La notte è riverbero della coscienza. Nella notte si materializzano fantasmi, la condizione onirica produce immagini e personaggi.  La notte si popola di storie. Tempo dell’amore, degli incontri clandestini, della paura, degli abbracci. La notte è il luogo più abitato in letteratura.

Due scrittori dell’Officina delle parole ci raccontano la notte, a modo loro.

Ispirazioni notturne

Laura di Tullio

Nell’incipit si parlava di buio, silenzio, stordimento; quelle parole riecheggiavano nella mente di Giulia come un tam tam, una percussione farneticante con un crescendo di toni cupi, incitamento corale a proseguire la storia, moltitudine di demoni in attesa di quell’anima in pena.

Aprì gli occhi di colpo, guardò per un po’ le lancette ad angolo retto; restò immobile, girata sul fianco sinistro, in attesa di riprendere contatto con la realtà, poi allungò un braccio verso il piccolo tavolino sofferente per il peso e raggiunse il block notes.

Quella notte.

Fu quella la notte in cui discese le scale verso il saloncino, mentre la lampada agganciava l’ombra in fondo al corridoio. In punta di piedi, come una ladra in fuga, si portò vicino al balcone, avvolta nella coperta, a osservare fuori. Non era la prima volta e non sarebbe stata l’ultima; per tutto il giorno mandava in giro le sue maschere migliori. Non ci si può ritrovare fintanto che si sta nella vita; troppi colori ti distraggono e troppa gente intorno. Ci si ritrova solo nel silenzio.

Scrisse le prime parole in completa incoscienza, poi si sorprese a fare scivolare sinuosamente la penna sulla distesa immacolata – preparò il suo caffè.

Dal vialetto le giunsero due voci concitate: eccoli, sempre loro. Luca e Luisa si ritiravano a notte fonda e litigavano. Sempre. Non poté fare a meno di ascoltare il fiume di parole che sgorgava inquieto dalle labbra di lei, e sommergeva  Luca, che annaspava cercando un appiglio, un gancio, una possibilità di salvezza. Affrettarono il passo su per la salita, con il fiato di lei interrotto ora dal respiro affannoso. L’aveva visto, Giulia, aveva visto Luca con l’altra, testimonianza oscurata dalla notte.

La notte.

Alzò lo sguardo verso la luna, e si accorse che la finestra su al quinto piano non era illuminata dalla debole luce che dal buio all’alba teneva per mano Teresa mentre ricamava fino a farsi addormentare i polpastrelli per un corredo mai usato. Forse era stanca, definitivamente stanca Teresa.

Tornò al block notes – il caffè borbottò orgoglioso – si fece riabbracciare dalla coperta e lo sorseggiò. Scriveva ancora quando il cielo cambiò colore.  Risalì le scale in punta di piedi; tornò in camera e le sembrò di sentire una voce.
– “ Sono qui, ti aspetto”.
– “ Non ti ho dimenticato, Luisa, so che ti spetta la libertà… nel prossimo capitolo; non soffrirai ancora a lungo”.
– “E io?”.
Teresa si affacciò dal suo cassetto di ricami.
– “Una alla volta, le notti sono lunghe”

Chiuse gli occhi e cercò di dormire; il tam tam era cessato, i demoni  acquietati e la maschera pronta.

 

Notte

Lucio Rufolo

L’apparire improvviso delle lucciole nelle sere d’estate mi rendeva felice: erano sempre tantissime a volare frenetiche su quel pozzo di pietra dietro la stazione ferroviaria.  Mi chiedevo spesso dove stessero di giorno. Mia madre mi diceva che venivano di sera per illuminare la notte di chi non aveva neppure una  lanterna e che di giorno riposavano sotto le foglie per non consumare inutilmente la luce. Delle sere di quel periodo ricordo la veloce scomparsa del treno dopo il transito sul ponte. Si perdevano rapidamente nel buio prima le luci delle carrozze e poi i rossi fanali del vagone di coda. Solo se c’era la luna mi capitava talvolta di vedere nella curva più innanzi gli sbuffi di vapore della locomotiva e questo mi rassicurava sul viaggio del treno nella notte. Dopo calava un lungo silenzio. Quando ci trasferimmo in città, mi colpirono le tantissime luci che illuminavano la notte: capivo dalle voci e dai rumori della strada che la vita continuava anche in quelle ore. Poi venne anche per me il tempo per uscire e far tardi la notte. Mi piaceva sentire il rumore del mare e vedere quella sottile striscia bianca schiumosa che s’infrangeva sugli scogli. In quegli anni imparai ad amare con la complicità della notte e ne fui felice. Avrei rivisto volentieri le lucciole in quelle notti d’estate trascorse in corsia accanto al malato che non si arrendeva al sopraggiungere della morte. Il loro volo avrebbe disteso quel volto tirato e avrebbe dato quiete al respiro affannoso. E quando la lotta arrivava alla fine, uscivo sul balcone illudendomi di vedere in lontananza gli sbuffi di vapore della locomotiva e sentirmi tranquillo come una volta. Non ero sereno le notti in cui vegliavo sul figlio il cui sonno era agitato per la febbre ma eravamo in due a condividere quest’ansia e mi capitava spesso di baciare quella mano che lo accarezzava. Adesso che ho imparato a vincere tutte le paure della notte, se mi succede di restare insonne, io ritorno vicino a quel pozzo di pietra. C’è luce sufficiente per vedere che sull’acqua non si riflettono più le chiome degli alberi ma c’è l’immagine nitida del tuo volto a ricordarmi che nella sera della vita non ci sono più sorprese e che tutto è possibile. Mi soffermo a guardarti e a sognare quello che non ho vissuto. Porterò con me nella notte imminente i ricordi furtivi di una gioia insperata. Lo so che  non c’è più tempo. Devo correre per raggiungere quei fanali rossi e saltare sul treno che verrà divorato dal buio della notte.