Non c’è parola che meglio incarni il senso dell’invenzione letteraria. Dalla finzione il lettore si attende l’intrattenimento, il piacere della lettura, l’opportunità di guardare il mondo da una diversa prospettiva. Nulla più della finzione letteraria richiede però autenticità. Imparare a mentire con sincerità: è questa la cifra distintiva di una buona narrazione, ma come ci mostrano i due racconti della settimana, la finzione è spesso anche un tema su cui riflettere. Insostenibile una vita fondata sulla menzogna eppure esperienza così comune.

Uno spettacolo

Federica Flocco

Il cerchio magico stava per chiudersi, improvvisamente, così come si era spalancato. L’uomo, fermo nella luce del suo paradiso artificiale, non ci pensò due volte e si gettò al suo interno pensando che quello, forse, era il viaggio più bello mai fatto con la polvere d’angelo. Gli occhi di brace, la testa abbassata, la punta delle scarpe, (le più improbabili che una rock star potesse indossare), in bilico sulla ringhiera, i pantaloni di pelle aderenti alle gambe troppo grasse. “Volo”, pensò nel lampo, guardando un immaginario orizzonte. “Volo”. Quindi si gettò nel vuoto, allargando le braccia. Un bagliore accecante di dolore subìto, poi tutto finì nell’incoscienza, facendolo ritrovare disteso a terra, nella tromba delle scale di un villino scalcagnato che sembrava essere il suo, ma che era dissimile per ferite e lamenti da quello del suo sogno artificiale. Non c’era odore di cucinato, né luce che filtrasse dai finestroni opachi di sporcizia, foglie morte accatastate nell’androne, senso di abbandono e desolazione. Si alzò senza agilità, mentre uno scarafaggio gli camminava sulla mano. Fece un salto indietro, più per la sorpresa che per la paura e si toccò l’arto, notando una grossa cicatrice purpurea, quasi nascosta da macchie e pieghe di una  senilità evidente quanto ignorata. Mise un piede in fallo e si appoggiò alla ringhiera arrugginita, notandone le ferite, quindi salì a fatica le scale che lo avrebbero portato fino al suo appartamento. Solo cinque gradini, ripidi come una intera montagna da scalare. Davanti alla porta di casa sua, si soffermò ad ascoltare le parole di una musica dolce, che andava in loop. “Love me tender, Love me sweet, never let me go…”, quindi lesse la targa sormontata da una corona, più per abitudine che per conforto, annusò l’odore di rancido e si dispose ad entrare, facendo leva sulla porta socchiusa. Un piede davanti all’altro, cercò di abituarsi a questa nuova oscurità. La trovò pesante, spessa, quasi faticosa da respirare, oltrepassò la soglia e si affacciò su un’immagine che non si aspettava. Quella di un uomo vecchio e grasso, vestito di pelle, un largo ciuffo sulla fronte, l’aria smarrita di chi non sa più a quale vita appartenga, le scarpe improbabili, uguali alle sue. Lo specchio a tutta parete gli rimandò la sua figura distorta, evidenziandone sconforto e paure, rivelandogli la finzione di una immaturità costruita nel sogno artificiale di droghe ed alcool. Le rughe attorno alla bocca accennarono un sorriso stanco e, mentre il flash della mistificazione del se stesso che era diventato, gli attraversava la mente, sollevò le maniche della giacca e si guardò senza sentimento alcuno, le braccia forate.

Federica Flocco è una coraggiosa paladina della cultura in tutti i suoi aspetti e manifestazioni. Cura da anni la rubrica “Il libro della settimana” di Canale 21. Lettrice competente e appassionata. Militante  volontaria, socia fondatrice della libreria “Iocisto” nata per azionariato popolare. Cura eventi, moderazioni e presentazioni di libri. Partita dalla lettura approda alla scrittura con sapienza e sensibilità. Da quest’anno si è messa in gioco partecipando all’“Officina delle parole”.

La finzione                                                      

Maria Antonietta Mattei

Il venerdì Santo, deposto Gesù nel Sepolcro, terminate le funzioni, il gruppo di fedeli si allontana alla spicciolata. Non è più  il tempo dello “struscio” e la chiesa si svuota, le luci diventano sempre più fioche.

Come i morti nelle cappelle mortuarie restano soli, così anche Cristo nel Sepolcro e io, come mio solito, arrivo in Chiesa trafelata pochi minuti prima della chiusura.

Sull’ultima panca, con il volto tra le mani, un corpo ripiegato su se stesso. Grande contrizione o tanta disperazione, mi domando incuriosita.

Pochi attimi per considerare, pochi attimi per non pregare e pensare a quel Cristo sulla panca.

L’invito ad andar via dal sagrestano e ci troviamo sulla porta Lui ed io.

I capelli ancora riccioluti, ma ingrigiti. Le spalle curve, l’aria dimessa, ma l’espressione intensa…immutata .

Lo riconosco e ho un sobbalzo. Lui mi fissa un attimo per poi abbassare lo sguardo e allontanarsi con evidente sforzo a voler accelerare il passo.

Mi avrà riconosciuta.? Me lo chiedo per tutta la serata.

Stupore, delusione e rimorso per non aver avuto la prontezza di un saluto, di un sorriso mi martellano il cervello e con una morsa mi prendono lo stomaco.

Vado al passato, agli anni spensierati, ma anche di mille turbamenti e aspettative.

Era giovane, con gli occhi scuri e una folta capigliatura corvina. Un portamento altero e disinvolto con quell’abito scuro sino ai piedi che non creava intralci e poi un sorriso accattivante e  soprattutto la grande e rara capacità di farsi ascoltare e di ascoltare tutti.

Anch’ io come gli altri, lo attendevo dopo le funzioni e mi fermavo nello spiazzo antistante la Chiesa. E trascorrevamo ore di gioiose e accese discussioni su quelle panche tra le aiuole ben curate. Rose, gelsomini, ciuffi di ciclamini e gerani dai colori accesi facevano da cornice e così passavano le sere e così le stagioni.

Tanto entusiasmo per quelle parole che ci aprivano il cuore alla speranza e ci facevano intravedere un mondo aperto a nuove istanze e pieno di cose da vivere e da fare.

I primi amori, i dubbi, i sogni … di tutto si poteva parlare con Lui.

E poi arrivò Lei, Paola… bizzarra e molto pia. Sempre ai piedi dell’altare, a mani giunte e con gli occhi al cielo.

Sempre a parlar con Lui, sempre sottovoce come in confessione.

E noi tutti quasi intimiditi, estranei a quella immediata strana intesa, giustificata perché Lei veniva  da lontano,  era a disagio, non era integrata.

Un’ intesa che  appariva a noi tutti antica, consolidata.

Quella sera il piazzale antistante la Chiesa era pieno, ma  vuoto. Vuoto di  parole, di gridolini gioiosi.  Lui non c’era e sussurri e bisbigli saettavano nell’aria.

Incredulo sgomento il sentimento comune. Non decidemmo più per la gita di fine settimana e né parlammo di quelle future.

Erano andati via, la loro storia durava da anni e Lui era stato costretto a trasferirsi nella nostra Parrocchia

Lei non aveva resistito e lo aveva raggiunto a Napoli.

Infine avevano deciso: niente più finzioni e vita nuova, vita in comune.

Con il tempo seppi, sapemmo che avevano avuto una bambina e poi null’altro.

E poi quel venerdì Santo, il nostro inaspettato incontro, il mio stupore e l’amara e angosciosa sensazione di una  vita strappata sì alla finzione, ma forse piena di inciampi  e di dolore.

 

Maria Antonietta Mattei: racconta storie e ha iniziato a farlo da pochi anni.  Per lei la scrittura, così come la vita, sono emozioni da condividere e si rammarica quando non vi riesce.

Ha partecipato a numerose iniziative di scrittura collettiva e ha vinto recentemente il III premio Megaris 2015 per il racconto inedito.