Due racconti dall'”Officina delle parole”,  laboratorio di scrittura creativa di Vincenza Alfano presso la libreria Iocisto

L’ennesima bugia

 Angela Calvino

Le stesse colline, lo stesso paesaggio quello di sempre e, nel vetro, l’immagine riflessa di una bambina troppo sicura di sé, cresciuta nell’amore e nell’affetto.  Rivedo la sua luce negli occhi, la sua caparbietà, la sua testardaggine  e mi sembra di riconoscere in lei quello che non sono, quello che avrei voluto essere.

Ancora una volta era accaduto, mi capitava spesso di perdermi nella fantasia.

Ero nuovamente su quel treno, pronta a correre da lui senza orgoglio, senza dignità. Avevo promesso a me stessa di non caderci più, di non cadere nuovamente nel suo inganno. E invece, dopo la sua ultima telefonata e le sue innumerevoli giustuficazioni e menzogne, ero salita su quel treno, senza riflettere, senza pensare quasi rapita dalle sue mani, inebriata dal suo profumo, dal suo odore.

Ma lui dove era, quando affrontavo pesantemente le mie giornate, quando la sera avevo bisogno di una voce, di una parola, di una risata, lui dov’era? Non c’era ma poi riappariva raccontandomi dei tanti impegni, delle dmille difficoltà, dell’amico da raggiungere e io nuovamente lì pronta ad illudermi.

La rabbia, la delusione che provavo nei confronti di me stessa, era sempre più schiacciante, sentivo che mi dovevo liberare da quel nulla, ma più volevo liberarmi e più  restavo legata.

L’immagine riflessa nel vetro mi riportò immediatamente alla mia infanzia, rividi quei volti, riascoltai le parole, riprovai le sensazioni. Volevo catturare, a tutti i costi l’attenzione, meritare l’affetto di tutti, indistintamente.

Tale bisogno era talmente forte che le mie braccia erano quasi paralizzate, non riuscivo a liberarmi, ero incatenata.

La mia immagine era ormai sfocata, la stazione era vicina. Sarei dovuta scendere, sorridere, riabbracciarlo come ogni volta, ma questa volta era diverso: avevo la conferma delle sue bugie.

Una mia amica, la mia migliore amica, lo aveva incontrato e non era con amici, non era in difficoltà, rideva compiaciuto del suo fascino, ignaro dello sguardo altrui.

Non potevo più illudermi, sapevo la verità, forse la sapevo anche prima, la percepivo in modo angosciante ma la rifiutavo: non era così, perché avrebbe dovuto mentirmi? Perché? Sembrava quasi che la mia testardaggine operasse contro di me.

Il nostro era un rapporto basato sulla fiducia e sulla lealtà: perché non avrei dovuto credere alle sue parole?

L’immagine era ormai svanita, una voce annunciava l’arrivo in stazione, sarei scesa, avrei sorriso ma… sentendo dentro la voglia di fuggire per riprendermi quell’immagine riflessa nel vetro.

Avevo costruito, ancora una volta, la mia verità sull’ennesima bugia.

Angela Calvino  ama leggere e scrivere e da quest’anno frequenta l’Officina delle parole per confrontarsi con altre scritture e provare a mettersi in gioco. Questo è il suo esordio narrativo.

 

Frottole, bugie e matti da legare

Marco Sagliocchi

È possibile iniziare a scrivere una storia partendo dal finale?
Certo che è possibile, l’importante è che tu abbia voglia di guardare, che, beninteso, è diverso dal semplice vedere. Naturalmente, come tutte le cose, esistono dei rischi: molte volte finirai coll’essere frainteso, sottovalutato, snobbato. Ma, ti prego, non dartene la colpa se in un semplice foglio bianco, ci vedi dei colori; ti capisco: per me è lo stesso. Tu dirai che mento, che è una bugia; a quel punto ti svelerò che è solo questione di punti di vista.
Ti sembrerà assurdo, ma in un pomeriggio pigro di fine autunno, ho stretto la mano alla Tigre di Mompracem e ho preso il thè con il dottor Henry Jekyll. Nel cuore della notte, poi, ho raccolto le mie cose al volo perché gli achei erano riusciti a superare le mura e ad attaccare la città.
Ho avuto paura della pazzia quando Ophelia ha scoperto di aver perso il padre e ho pianto con D’artagnan quando lui ha perso Costance. Mi sono indignato e ho preso le parti di Fontamara perché, anche se ero nella mia stanza, masticavo amaro come loro. La Esmeralda mi ha ammaliato e lo stesso è successo quando ho viaggiato attraverso lo specchio.
Ammetto di non aver capito subito le parole della volpe, ma ho seguito il piccolo principe e, insieme, abbiamo scoperto cosa significhi addomesticare.
La piuma che conservo sulla scrivania è il dono di una gabbianella che è rimasta sulla mia finestra mentre un gruppo di gatti provava a insegnarle l’arte del volo. La toppa della mia giacca non è un semplice pezzo di stoffa, ma è parte del cappello del capitano Achab: ero con lui, mentre cercava di conquistare la sua balena, che se guardi bene, balena non lo è mai stata. E così, la cicatrice sopra il ginocchio io e Holden Caulfield ce la siamo fatta la sera che abbiamo deciso di scappare dal collegio, perché avevamo paura di diventare adulti. La mia moneta portafortuna? È parte del tesoro degli Spada: me l’ha lasciata Edmond Dantès prima di iniziare la sua vendetta.
Io sono questo: storie che non sono mai successe, ma che accadono ogni volta che sei disposto ad ascoltare, a guardare, a sentire. Si tratta di verità che alimentano la finzione che vivo o sono bugie di cui mi servo per raccontare la verità?
Se non hai tempo o voglia di spendere un minuto per sforzarti di guardare le cose, guardarle davvero, non mi resta che da dirti solo una cosa: non sai cosa ti sei perso.

Marco Sagliocchi nasce il giorno del secondo scudetto del Napoli. Dice che il suo rapporto con le donne è splendido. E sarebbe ora che anche loro iniziassero a pensarla così.