Copertina del libro

Per la nostra nuova rubrica ‘Ho letto il film’, oggi vi proponiamo ‘Ultima fermata Brooklyn’

In questa nuova rubrica di Napoliflash24, che abbiamo chiamato ‘Ho letto il film’, andremo a trattare tutto ciò che riguarda i grandi e piccoli successi editoriali ‘tradotti’ in film per il cinema o per la tv, cercando di spiegare le differenze tra un racconto e le sue trasposizioni, provando a cogliere il messaggio che gli autori intendono lanciare nei loro scritti, e come esso è stato colto e trasformato in pellicola dai registi. Come tutti sanno, la trasposizione in pellicola di un racconto può essere più o meno fedele allo scritto; i registi sono costretti a sintetizzare cercando di cogliere l’essenza del racconto, talvolta lo stravolgono e non sempre in modo riuscito, per cui avremo tanto da scrivere noi e tanto da leggere voi, sperando che ci seguirete in tanti! Dopo l’articolo di partenza “Libro o film? La risposta è il cinepattone!” a firma di Renata Marigliano, e quello di Stefania Squillante,  “Lila e Lenuccia alla conquista dei palinsesti”, in cui ci ha parlato del grande successo sia editoriale che tv rappresentato da “L’amica geniale”, oggi vi proponiamo un caso editoriale/cinematografico che ha fatto molto discutere: “Ultima fermata Brooklyn” (il libro è uscito col titolo di “Ultima fermata a Brooklyn”).  Se ci lasciassimo andare ad una valutazione superficiale e legata al nostro presente, si potrebbe dire che “Last exit to Brooklyn” (questo il titolo originale del libro e anche del film) rappresenta un raro caso in cui il film può risultare più gradito del libro. Ma sarebbe, appunto, troppo superficiale, quindi cercheremo di approfondire e spiegarci meglio. La differenza sostanziale tra il libro e il film è nell’esibizione della violenza; nel libro molto cruda, spietata, sbattuta in faccia ai lettori come un fulmine che lo colpisce in pieno petto tramortendolo, al punto che non tutti sono andati avanti con la lettura ritenendola, talvolta, troppo forte nei termini e nelle descrizioni. E questo, badate bene, nonostante la traduzione in italiano che, per quanto ottima, non può rendere l’idea di quanto descritto, con la potenza dello slang Newyorkese che usa Hubert Selby Jr. nell’originale. Proprio per quanto descritto e per come fu scritto, il libro fece scandalo e fu oggetto di censure alla sua uscita nel 1964. Nel film, invece, il regista tedesco Uli Edel, che in precedenza aveva già girato un film di cruda violenza qual è “Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”, limita la descrizione delle tante violenze di cui sono impregnate le storie che tra loro si intrecciano, facendo comprendere allo spettatore quanto accade, ma senza sbatterlo in faccia in modo così crudele come invece fa Selby Jr. nel suo libro. Prendiamo ad esempio quella che forse è la scena più famosa sia del libro che del film: la violenza subita dalla prostituta Tralala. Questo è il passo finale che la descrive nel libro e chiude il racconto: “…e i ragazzi ch’erano stati a guardare aspettando di ficcarsi in mezzo si sfogano su Tralala e le finiscono di lacerare i vestiti le spengono qualche sigaretta sui capezzoli le urinano addosso le si masturbano addosso, le ficcano una mazza di scopa dentro e quando sono stanchi se ne vanno lasciandola in mezzo alle bottiglie rotte ai barattoli arrugginiti e alle macerie del lotto di terreno e Jack e Fred e Ruth e Annie montano in un taxi ancora ridendo e s’affollano al vetro quando passano là davanti ed hanno una buona vista di Tralala stesa nuda e coperta di sangue urina e sperma con una piccola chiazza che si va formando sul sedile in mezzo alle sue gambe per il sangue che le cola e Ruth e Annie contente e completamente tranquille adesso che stanno andando al centro perché l’affare non è stato rovinato e ci sono soldi da fare mentre Fred guarda dal finestrino di dietro e Jack si mena sulla coscia e raglia divertito…” (per chi non avesse mai letto Selby Jr., non ci sono errori di trascrizione e punteggiatura, è lo stile di scrittura crudo, violento, anarchico, privo di virgolette nei dialoghi e avara di punteggiatura dell’autore). Nel film questa stessa scena è ovviamente forte, non nasconde la violenza descritta nel testo, ma evita di far vedere allo spettatore i particolari più cruenti, lasciando che li intuisca. Inoltre il regista, diversamente dal libro, chiude la scena con il ragazzo innamorato di Tralala che finalmente riesce ad aggiustare la sua moto ed a raggiungerla, quando ormai lei è priva di sensi, e fa fuggire gli ultimi stupratori che ancora si accalcano ed approfittano del corpo ormai esanime di Tralala, colpendoli con un tizzone ardente, quindi copre il suo corpo nudo con i suoi abiti e la abbraccia piangendo. Eppure sarà proprio Tralala, appena riprende i sensi, a consolare lui vedendolo in lacrime. Edel nel suo film è meno crudele di Selby Jr, smussa, almeno in parte, il cinismo e l’iperrealismo presente nel testo, e questo è stato fonte di disapprovazione da parte di alcuni critici nei confronti del film. Ma anche in questo caso noi crediamo che il tutto vada contestualizzato: Selby Jr. scrisse il suo romanzo nel 1964 descrivendo una Brooklyn del 1952, era passato appena un decennio, e i fatti descritti nel libro per molti non erano né fantasie tanto meno ricordi, ma cicatrici profonde di vita vissuta o cruda realtà, ancora attuale in certi casi. Selby Jr. descrive un mondo in cui ha vissuto e di cui vuole denunciare l’assoluta ‘mancanza d’amore’, come lui stesso più volte ebbe a dire, e lo fa nel modo più realistico, cinico e orrendo possibile, proprio per arrivare al cuore di chi legge e farlo inorridire. Ecco spiegato il suo stile di scrittura, le sue descrizioni apparentemente ricche di violenza gratuita, il suo cinismo senza speranza. Il film di Uli Edel esce nel 1989, ben 35 anni dopo il libro. La ‘Beat generation’ cui apparteneva Selby Jr. è ormai un ricordo come lo è la Brooklyn da lui descritta, cancellata da ‘I guerrieri della notte’, ‘Il giustiziere della notte’ e sostituita da droghe e altri tipi di violenza. Edel mette insieme un ottimo cast di attori poco noti, ma molto bravi, come Stephen Lang, Alexis Arquette e Jennifer Jason Leigh che interpreta Tralala; crea delle suggestive scene, soprattutto notturne, grazie alla fotografia di Stefan Czapsky, e arricchisce il tutto con la colonna sonora di Mark Knopfler, che con la sua musica proietta lo spettatore nell’atmosfera del film. Nel libro di Selby Jr. non sappiamo se Tralala è ancora viva alla fine della violenza, nessuno la salva, lei è la perfetta testimone di quel mondo cinico e violento dove nessuno si salva e dove vittime e carnefici si confondono. Nel film di Edel, invece, Tralala è viva, l’amore è ancora vivo, ed è negli occhi del ragazzino che piangendo la salva, ma anche in quelli di Tralala che lo consola; il regista, nella sua trasposizione cinematografica, lascia ancora aperta la porta della speranza che in Selby Jr. era cinicamente e brutalmente chiusa, proprio per ridestarla nei lettori che, si suppone, fossero inorriditi da tanto orrore. Ma a distanza di 55 anni, nella società in cui viviamo e che non fa affatto difetto di violenza rispetto a quella descritta nell’opera letteraria e anche cinematografica, possiamo dire di aver recepito il messaggio che entrambi gli autori hanno voluto lanciarci, o Brooklyn è stata l’ultima fermata anche per noi?