Oltre 120 anni di storia dei trasporti a Napoli non possono – purtroppo – non raccontare di avvenuti incidenti tranviari (e non solo) più o meno gravi: ne andiamo qui a raccontare alcuni fra i più eclatanti. Il primo avvenne il 26 luglio 1901, e vide coinvolto un tram delle tranvie provinciali a Capodichino. Intorno alle 7:20 del mattino un tram proveniente da Aversa, percorrendo Calata Capodichino slittò sulle rotaie umide a causa del lavaggio stradale all’altezza del manicomio, ed il conducente Antonio Mariani perse il controllo della vettura, che “scivolò” per ben duecento metri anche a causa del cattivo funzionamento dei freni. Il tram, che trainava ben due carrozze rimorchiate, investì un carretto carico di verdura, causando la frattura di un braccio del suo guidatore e il ferimento del cavallo che lo trainava, mentre poco prima dell’impatto alcuni passeggeri del tram si erano lanciati dalla vettura, procurandosi ferite lievi. Un’ora dopo, un secondo tram, nello stesso punto, slittò senza che il conducente Gennaro Rondinella riuscisse a frenarlo, se non dopo una lunga discesa di ben 900 metri. Anche in questo caso carretto investito e sfasciato e ferimento grave del cavallo che lo trainava. Ma non era finita lì, perché dopo mezz’ora un terzo tram, condotto da Giuseppe Ferrigni, ebbe lo stesso destino, ed anche qui fu investito un carretto trainato da un cavallo, che questa volta rimase ucciso.

Si spostano i binari dei tram provinciali a Calata Capodichino, 1910.

Dopo il ricovero negli ospedali dei Pellegrini ed al Loreto di complessivi 13 passeggeri e di uno dei conducenti, il servizio tranviario fu sospeso, con annessa indagine sulle vetture e sullo stato dei binari da parte del Prefetto Tittoni e per l’intervento dell’Ispettorato Ferroviario dell’epoca. Nel 1909 si ripetette lo stesso copione, nello stesso punto, ad un tram con rimorchiata proveniente da Caivano. La rimorchiata si rovesciò, ed il tram deragliò fino a fermare la sua folle corsa: questa volta il bilancio – gravissimo – fu di quattro morti e venti feriti. A causa di ciò la società belga intervenne per sostituire i binari e modificare la sede tranviaria, spostando le rotaie dalla parte opposta della strada. Altro teatro frequente di incidenti tranviari fu piazza Mazzini, dove una quantità imprecisata di tram deragliò nel tempo scendendo dalla Cesarea e dovendo affrontare la curva a sinistra per continuare la discesa verso piazza Museo. In particolare nel dopoguerra se ne contarono almeno tre: nel novembre 1946 e poi nel 1948 e nel 1949. In tutti e tre i casi, fortunatamente senza vittime, i tram terminarono la loro corsa schiantandosi nella statua di Paolo Emilio Imbriani, che rimane in piazza anche a testimonianza di questi eventi.

Tram schiantatosi in piazza Mazzini (coll. Ivone)

Alcuni anni dopo, il 15 maggio 1961, il famoso “incidente della Cesarea” (vedi foto di copertina): il filobus Alfa Romeo 140 matricola 5452, in servizio sulla linea 249 crociata e diretto a piazza Guglielmo Pepe proveniente da piazza Canneto, ruppe i freni in cima alla Cesarea (poi si scoprì a causa del sovraffollamento della vettura) ed il conducente – preso dal panico – non azionò la frenatura di emergenza ma indirizzò la vettura a “strusciare” sul lato destro per attenuare la velocità in discesa. Con questa manovra trascinò con sé quello che incontrava e, purtroppo, sotto le ruote finirono Gabriella Granieri, Giovanni Cascone e Concetta Marchiello (che persero la vita), alle quali di recente il comune di Napoli ha dedicato una targa affissa sul luogo dell’incidente. Alle tre vittime si aggiunsero 143 feriti. Questo avvenimento scosse la città ed i vertici dell’ATAN decisero di eliminare dal Vomero tutte le vetture di vecchia concezione, sopprimendo anche la maggior parte delle linee salvo la 242 San Martino-Tribunali (che fu soppressa nel 1967), la 247 Piazza G.B. Vico-Piazza Vanvitelli e la 249 Piazza Guglielmo Pepe-San Martino, tutte esercite con le nuovissime vetture Alfa Romeo Mille ed occasionalmente con le Alfa Romeo 911 del 1959. Queste linee verranno soppresse per carenza materiale rotabile (era in corso la prima “rottura” dei telai dei nuovi filobus) nel luglio 1973, quando furono sostituite da autobus e il servizio filoviario si concentrò sulle tre residue linee centrali 232, CD e CS (soppresse un anno dopo) e le linee Vesuviane. Purtroppo la Cesarea è stata teatro in tempi più recenti di altri due incidenti, fortunatamente senza vittime: l’8 gennaio 2003 il bus Anm matricola B647 in servizio sulla linea C57 si andò a schiantare nel palazzo a fianco a quello dove terminò la tragica corsa il filobus 5452. Ci furono dodici feriti.

L’incidente fra due bus R1 del 2006.

Il 7 dicembre 2006, pochi metri più in cima alla salita, il conducente della vettura Anm L078 in servizio sulla linea R1, ed in discesa verso piazza Mazzini, accusa un malore: il collega in marcia in direzione opposta ed alla guida della vettura B781 se ne accorge poco prima di incrociarlo e, con grandissima prontezza di spirito e volontà di sacrificio indirizza il proprio autobus verso l’altro, per scontrarsi con questo e fermarne la discesa. Trenta feriti, ma il bilancio poteva essere ben più grave, se l’autista della B781 non avesse agito in quel modo. Altro incidente gravissimo nei trasporti che sconvolse gli animi fu quello avvenuto sulla ferrovia Cumana fra le stazioni di Cappuccini e Pozzuoli il 22 luglio 1972: sul binario unico di quella tratta uno dei due treni – quello che era diretto a Montesanto – “bucò” un segnale rosso e l’impatto in curva fu tremendo col treno che procedeva in direzione opposta.

L’incidente sulla ferrovia Cumana a Cappuccini nel 1972

L’incidente causò 5 morti: il macchinista del treno partito da Pozzuoli, Vincenzo Bolognino, ed il suo capotreno Silvio Tricarico; il capotreno dell’altro convoglio Giovanni Illiano, ed i passeggeri Nicola Licciardi e Maria Antonelli. Altri due incidenti gravi in Cumana si erano verificati nel 1965 e nel 1966, con rispettivamente 25 ed 80 feriti. Dall’incidente di Cappuccini per molti anni – al di là del segnalamento – l’arrivo del treno da Pozzuoli veniva annunciato dall’agitarsi vorticoso (per lo spostamento d’aria) di una busta di plastica fissata all’imbocco della galleria. Un altro gravissimo incidente – e chi scrive all’età di otto anni arrivò sul luogo del fatto dopo pochi minuti – si verificò il 30 ottobre 1973 in piazza Sannazaro. Il tram 997, in trasferimento dal deposito San Giovanni a quello di Fuorigrotta per riparazioni, era trainato dal tram 1003.

Il tram 997 tragicamente coricato su un fianco a piazza Sannazaro, 1973.

Durante la ripida risalita verso Fuorigrotta all’interno della galleria Laziale, a metà percorso le vetture – forse per un errato aggancio – si staccano ed il tram 997 comincia a prendere velocità in retromarcia “a palla di cannone” per l’inerzia data dalla pendenza (ricordiamo che all’epoca i binari erano al centro della galleria). Si disse che un operaio fosse a bordo della vettura ma non provò ad azionare il freno di stazionamento (la grossa “ruota” manuale che stringe i freni tirati da una catena posta nel sottocassa), preferendo lanciarsi dal tram prima che fosse (per lui) troppo tardi: il tram arrivò come un missile in piazza Sannazaro, travolgendo un taxi Fiat 124 guidato dal tassista Gianni Vozzo con a bordo il passeggero Luigi Esposito. Entrambi persero la vita schiacciati dal tram che finì la sua corsa abbattendo una palma sull’aiuola circolare della piazza e coricandosi su un fianco accanto alla fontana. Un’altra vettura fu colpita, una Fiat 127, ma la sua conducente ebbe salva la vita.

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