La scuola non ha mai chiuso”.

Questo uno dei passaggi cruciali del discorso che ieri, il Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, ha tenuto dinanzi a migliaia di cittadini, seduti al di qua dello schermo di un televisore o di un device sintonizzato sulla sua diretta Facebook.

In un clima di attesa, preludio di un nuovo lockdown in Campania, si è ritenuto necessario mettere i puntini sulle “i”. Soprattutto sulla grossa lavagna delle opinioni a tema “scuola”.

E questi puntini sono stati principalmente due: che le lezioni non si sono mai fermate, sebbene lontano da banchi e cattedre, e che bisogna smettere di parlare di scuole aperte e di scuole chiuse influenzati da distorte ideologie e non sulla base dei fatti.

Pare, infatti, che il concetto di “didattica a distanza” non riesca a prender piede, nel nostro Paese. O ci si dimentica della prima parte dell’espressione, “didattica” mandando in fumo il fatto che si tratti di “scuola” a tutti gli effetti, oppure ci si disfa della seconda parte di tale “etichetta”, dimenticando quanto sia rilevante la “distanza” ai tempi di una pandemia.

E, invece, tocca leggere che le scuole vanno tenute aperte, perché è meglio che i ragazzi vadano a scuola, piuttosto che nei centri commerciali.

E questo mi mortifica. Mi mortifica perché, se politica e popolo arrivano a condividere puntualmente mistificazioni della realtà di questo tenore, c’è qualcosa che non va. E che quel “qualcosa” è molto grave. E Il fatto che a nessuno sia venuto in mente di dire “ma la didattica a distanza, come la scuola, prevede il monitoraggio delle presenze, ammette la bocciatura”, oppure “ma i ragazzi potrebbero scegliere di andare al centro commerciale anche in un contesto di didattica in presenza” lo trovo un fatto altamente significativo.


E, al quale, purtroppo, ancora stento a darmi una risposta.

Forse siamo un popolo che, alla scuola, proprio non sa rinunciare?

Forse sì. Ma ce ne accorgiamo solo quando smette di essere il deposito dei nostri ragazzi.