Una riflessione sulla scrittura femminile in occasione della celebrazione della Giornata internazionale della donna

VirginiaWoolf

Esiste davvero una scrittura femminile? La questione non è nuova, se ne discute da secoli ed è già questo un motivo di riflessione che accompagna i primi e non timidi tentativi di autodeterminazione della donna anche nel campo artistico e letterario.

Se ne occupava già la grande narratrice Virginia Woolf: Ma insomma, potreste dire, ti avevamo chiesto di parlarci delle donne e il romanzo […] Ma quando mi sono messa a considerare l’argomento […] ho dovuto presto rendermi conto del fatto che esso portava con sé un fatale risvolto negativo. Non sarei mai riuscita a raggiungere una conclusione. Non sarei mai stata in grado di adempiere quello che è, ne sono certa, il dovere primo di un conferenziere – consegnarvi, dopo un’ora di parole, un nocciolo di verità pura da serbare ripiegato tra le pagine del vostro quaderno d’appunti o da custodire per sempre sulla mensola del caminetto. La sola cosa che potevo fare era offrirvi un’opinione su un aspetto minore di questo argomento – se vuole scrivere romanzi una donna deve avere del denaro e una stanza tutta per sé.”

Temeraria, nostalgica, intima, segreta la scrittura al femminile è segno interiore, traccia dell’anima. La capacità di raccontarsi delle donne dà luogo a una scrittura potente e immaginifica, struggente e aperta alla speranza anche quando racconta la disperazione.

Una scrittura che sa essere interiore ed estroversa, misurata e aggressiva, conservatrice e nuova. Una scrittura in cui l’arte si lega profondamente alla vita. Fin dai suoi difficili esordi, in Italia, la scrittura femminile esprime immediatamente queste caratteristiche. Un esempio autorevole il romanzo “Una donna” di Sibila Aleramo (1906). Sibilla_Aleramo

Trasgressivo, dissacrante, imbarazzante. L’abbandono del frutto della desiderata maternità in nome del desiderio di autodeterminazione della protagonista costituisce il nucleo di uno scandalo insanabile.

“In verità, al di fuori della somma di energie ch’io spendevo attorno al bambino, era in me un’incapacità sempre maggiore di vedere, di volere, di vivere: come una stanchezza morale si sovrapponeva a quella fisica, lo scontento di me stessa, il rimprovero della parte migliore di me che avevo trascurata, di quel mio io profondo e sincero, così a lungo represso, mascherato. Non era un’infermità, era la deficienza fondamentale della mia vita che si faceva sentire. In me la madre non s’integrava con la donna: e le gioie e le pene purissime in essenza che mi venivano da quella cosa palpitante e rosea, contrastavano con un’instabilità, un’alternazione di languori e di esaltamenti, di desiderii e di sconforti, di cui non conoscevo l’origine e che mi facevano giudicare da me stessa un essere squilibrato e incompleto”

Nuovo e trasgressivo è anche il sentimento d’amore, “forza oscura”, via via smorzato dalla coscienza dell’impossibilità di creare una reale e piena condivisione tra uomo e donna all’interno della coppia.

Un’opera al confine tra autobiografia, testimonianza, racconto di formazione in cui la scrittura diventa il canale privilegiato per l’acquisizione di una maggiore consapevolezza di sé. La solitudine è forza e capacità di andare oltre ogni barriera. Si ricerca nella parola scritta una salvezza non sempre attingibile.

C’è dunque nel carattere di questa narrazione la forza d’imprimere un segno, di creare una tradizione.

Si delinea chiaramente la tendenza tutta femminile a raccontare i segreti dell’anima.

Enza Alfano