Il 31 gennaio scorso, presso il circolo letterario Decumano, nella prestigiosa sede del palazzo Mastelloni, ospitati nei saloni della Napolitano Pianoforti, abbiamo assistito alla presentazione dell’ultimo romanzo di Carmen Pellegrino, Se mi tornassi questa sera accanto.

Gli ingredienti che assicurano il successo di una presentazione c’erano tutti: un ottimo libro, una relatrice – Enza Alfano – di riconosciuto valore, scrittrice anch’essa oltre che docente di materie letterarie; uno straordinario moderatore, introduttore, medico, scrittore e umorista, Lucio Rufolo, in quella occasione anche paroliere di una canzone ispirata al libro. E ovviamente c’era la canzone, magica ed evocativa, eseguita magistralmente da Lino Blandizzi, autore del testo musicale. C’era la voce calda di Umberto Zito e il contagioso sorriso di Cetti Napolitano, “padrona di casa”, che accoglieva tutti con brio ed eleganza, facendoli sentire subito a proprio agio, come in famiglia.

Ma soprattutto c’era lei, Carmen Pellegrino e sua sorella Nicoletta.

E c’era il vino e c’erano i tarallucci e le maddalene, come si conviene alla presentazione di un testo scritto alla ricerca del tempo perduto.

Ma soprattutto c’era lei, Carmen Pellegrino.

Nessuna presentazione di Carmen è uguale a un’altra, nessuna presentazione di Carmen è una presentazione. Andare ad una presentazione di Carmen Pellegrino è come andare a un appuntamento con un’amica intima, quella a cui vuoi più bene che a tutte e che ti ha invitato dicendo “vieni, c’è qualcosa di cui devo raccontarti e che posso dire solo a te”.

Sì è proprio quello l’effetto.

Carmen, questa piccola, eterea fata dei boschi, un po’ celtica e un po’ ianara, ianara nel senso originario del termine, ossia sacerdotessa della dea Diana, è capace di creare, con la sua scrittura un mondo a misura d’uomo, a misura di fata. Un mondo in cui si possa tentare di guarire o almeno di curare l’irrisarcibile, la ferita originaria, il peccato di Eva. È il paese di Pellegrino, per usare un’espressione che lei ha gradito.

Carmen crea questo paese mescolando il tempo, le parole, le carte. Lo fa ogni volta che scrive, siano i suoi scritti un romanzo o un post sui social.

Questo effetto può essere reso soltanto quando uno scrittore accetta di manifestare completamente se stesso, di scendere nel profondo della propria intimità senza paura del mammone che vive in ogni armadio della nostra coscienza, della nostra infanzia, della nostra maschera di persona (in fondo maschera e persona significavano la medesima cosa in origine).

Questo effetto di autenticità si raggiunge quando quello che si scrive è la propria vita, non in senso cronachistico ma in un’accezione ancora più profonda che riveli l’anima.

Nessuno chiede a Carmen quanto di autobiografico ci sia nei suoi testi, la risposta sarebbe sempre e inesorabilmente “tutto”. Sì, tutto, anche quando parla di personaggi maschili, di donne anziane, di situazioni estreme, e quasi sempre le situazioni che racconta sono estreme. La sua autobiografia è su un piano esistenziale precedente, ancestrale quasi, un attraversamento in volo sulle macerie delle storie altrui, quelle storie che solo i luoghi vuoti possono ricordare e raccontare.

Carmen è l’abbandonologa, quella che va ai funerali di gente sconosciuta, quella che veste sempre di nero e che usa un ombretto scuro e pesante. Sembra avere grande dimestichezza con la morte, ma sua morte è piena di vita, quel tipo di vita che della morte si fa beffa, perché, come leggevo in un cartellone pubblicitario, nessuno resta morto per sempre.