L’ accesa opposizione ad alcuni aspetti del decreto sicurezza da parte di numerosi sindaci italiani, con il nostro De Magistris in testa, tiene banco sui mass media in questi giorni, ponendo all’attenzione della opinione pubblica la questione del funzionamento dello Stato.

Che Salvini e De Magistris non si siano reciprocamente simpatici – per usare un eufemismo – è cosa nota fin dall’epoca della campagna elettorale, ma adesso i toni dello scontro sono davvero incandescenti con inviti incrociati alle dimissioni.

Il pomo della discordia è stato il divieto di iscrizione dei richiedenti asilo al registro anagrafico imposto dal provvedimento ma anche la volontà, dichiarata dal nostro Luigi attraverso un preciso invito al comandante della nave, di aprire il porto ai migranti della Sea Watch è un pugno allo stomaco per il vicepremier della Lega.

Al di là del fatto che questioni umanitarie tanto delicate – come tenere persone in precarie condizioni di vita su una nave impedendo loro di sbarcare – dovrebbero rientrare in una sfera di competenze sovranazionali o perlomeno essere normate dal codice di diritto della navigazione piuttosto che diventare oggetto di un decreto o essere sottoposte alla valutazione del primo cittadino; il continuo antagonismo tra organi dello Stato sottrae autorevolezza ad ognuno di loro e distrugge la residua fiducia dei cittadini nella cosa pubblica.

Sicuramente di questi tempi la democrazia è messa a dura prova. A questo proposito, è suggestivo ricordare che il termine di origine greca “democrazia” significa proprio “governo del popolo” e venne coniato all’epoca delle polis – le città stato – , celebrate nella tradizione giuridica come massima espressione del rispetto del diritto della maggioranza (sebbene la cosiddetta maggioranza escludesse le donne e gli schiavi, le cui condizioni di vita erano miserevoli come nella maggior parte del mondo antico e purtroppo moderno).

Viene da chiedersi se la città sia l’unità territoriale maggiormente in grado di garantire il rispetto dei diritti e l’espressione della volontà pubblica. In fondo, essa si caratterizza per una certa omogeneità culturale e antropologica tra gli abitanti, e la sua dimensione consente residue ma significative forme di democrazia diretta.

Napoli, che ha vissuto l’esperienza autonomista nel periodo breve e glorioso della Repubblica partenopea, sotterraneamente si sente da sempre città stato, entità a se stante rispetto al contesto nazionale, cosa che oltretutto le è stato riconosciuto anche dai Leghisti, i quali concordano con i grandi Totò e Sophia nell’affermare che i napoletani non sono italiani. È vero essere napoletani è un’altra cosa.

Insomma molti napoletani vorrebbero questo atto di disobbedienza del sindaco per affermare il proprio distacco dalla avvilente situazione politica nazionale; molti altri, accalorandosi alle parole di Papa Francesco, vorrebbero liberare i prigionieri della Sea Watch e accogliergli come fratelli.

Non si conosce al momento l’esito del contrasto, ma resta tuttavia un grande rammarico: ancora una volta, la rivoluzione parte da un livello sociale culturalmente elevato e dotato degli strumenti tecnici per contrapporre obiezioni dotte sulla costituzionalità del decreto e sul dovere di accoglienza sancito dalla massima norma dello Stato Italiano.

Sarebbe stato molto meglio se anche gli italiani avessero indossato dei gilet, di qualsiasi colore purché uguali fra loro, e fossero scesi in piazza a protestare come vero popolo invece che restare solo simpatizzanti di questo o quel Masaniello, sempre pronti a cambiare bandiera seguendo lo slogan più convincente.