La recente offensiva turca nei confronti della popolazione curda in Siria ha attirato molte critiche sui social, attivando i “meccanismi di difesa”, di Facebook ed Instagram che sono intervenuti sulla questione, oscurando a tappeto le pagine solidali con la resistenza curda, e quelle che criticano Erdogan. Tra queste la pagina Facebook di MilanoInMovimento.

Lo scorso mercoledì mattina alle 10.30 la pagina Fb è stata oscurata, dopo un preavviso di 12 ore. «Gli articoli sono stati già censurati e cancellati dalla piattaforma. In tutto ciò ci ritroviamo completamente impossibilitati a replicare. Non siamo gli unici, decine di pagine di solidarietà al Kurdistan sono state bloccate. Se dovessimo davvero chiudere, una parte di Milano smetterebbe di essere rappresentata», si legge sul sito.

Ma la censura di Facebook ha colpito anche altre pagine, tra queste: Globalproject, Contropiano, Infoaut, e la più recente quella dell’Ex OPG Occupato di Napoli, che avevano tutte diffuso posti e contenuti a favore del popolo curdo. Tutte hanno avuto la stessa spiegazione: «Violazioni degli standard della community», o con il messaggio: «Sembra che un’attività recente sulla tua pagina non rispetti le condizioni delle pagine Facebook».

Non solo Facebook, anche gli altri social sono sulla stessa linea. Instagram ha censurato una foto del reporter Michele Lapini scattata durante il corteo in solidarietà con il popolo curdo a Bologna, in cui si intravede uno striscione con scritto «Erdogan assassino». Anche per il fotografo la risposta è stata: «Viola gli standard in materia di persone e organizzazioni pericolose».

Ma quali sono queste regole, contenute nel contratto, a cui si aderisce automaticamente quando si apre un profilo o una pagina Facebook? Oltre agli accettabili ed accettati regolamenti contro violenza e pornografia ci sono delle particolari clausole come per esempio quelle sull’Olocausto, ma il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg ha indicato anche le leggi sulla diffamazione citando proprio quelle che proteggono il moderno fondatore della Turchia Mustafa Kemal Atatürk: “Ogni paese ha leggi che limitano una certa espressione, e queste sono spesso modellate dalla cultura e dalla storia. Ad esempio, la negazione dell’Olocausto è vietata in Germania. Il contenuto che diffama Atatürk è illegale in Turchia. In molti paesi musulmani, anche i contenuti considerati blasfemi sono vietati”, ha dichiarato Zuckerberg sulla sua pagina Facebook lo scorso 16 marzo.

Secondo il Washington Post è stato, limitato l’accesso ad articoli segnalati, in particolare dai tribunali, e dall’autorità di telecomunicazione turche, secondo leggi locali, che coprono una serie di reati tra cui, diffamazione o critiche sia nei confronti del fondatore della Repubblica Mustafa Kemal Atatürk, che del presidente,  Recep Tayyip Erdoğan, che dello stato turco.

Nella prima metà del 2014, il governo turco ha fatto 153 richieste relative a 249 utenti/account, mentre il social network ha divulgato che nel 70 percento dei casi circa, le richieste erano state effettuate secondo queste leggi. Un totale di 1.893 post sono stati “limitati” tra gennaio e giugno 2014.

Le pagine oscurate possono essere quindi la conseguenza di richieste da parte del governo turco, questa è di sicuro una spiegazione anche se forse non è l’unica.