Il viola è il colore dei paramenti sacri utilizzati dal clero durante la Quaresima; nel passato, in questo periodo liturgico, erano vietati tutti i tipi di rappresentazioni teatrali e spettacoli pubblici che si svolgevano per le strade e nelle piazze e, successivamente anche nei teatri stabili. Tale divieto comportava per gli attori e gli impresari notevoli disagi.

Per le compagnie teatrali i quaranta giorni che precedevano la Pasqua erano vissuti in un clima di gravi ristrettezze materiali, non avendo la possibilità di procurarsi i mezzi necessari per il sostentamento quotidiano.

Questo è il motivo superstizioso per cui molti artisti ancora oggi non indossano il colore viola.

Mai come a Napoli la chiusura dei luoghi di divertimento era per gli abitanti vissuta come un vero e proprio lutto, in sintonia con quella disposizione d’animo, di privazioni e mortificazioni, richiesta dalla Chiesa cattolica per la purificazione e conversione del cuore.

Dal 1737 la città fu dotata del Teatro S.Carlo, primo ente lirico in Europa e sulle cui scene si esibirono grandi compositori e musicisti, da Cimarosa a Paisiello, da Rossini a Donizzetti.

Il prestigioso Teatro ben suggellava l’antica vocazione partenopea di esprimere la propria cultura, la propria visione del mondo e della società, attraverso liturgie sacre e profane, cantate, oratori, exempla devozionali e, successivamente, attraverso il melodramma.

Dall’opera seria del teatro S. Carlo all‘opera buffa che si teneva in altre sedi cittadine, come il teatro Mercadante (allora denominato “Fondo dei lucri“) o il San Bartolomeo, si registrava sempre una numerosa presenza della nobiltà e della classe borghese.

Il popolino, non di meno, si divertiva partecipando a vari spettacoli pubblici che in gran parte si tenevano in quel sipario aperto che era lo spazio antistante al Palazzo Reale. Qui spesso a rallegrare il passante ci pensava la maschera di Pulcinella, nata a fine Cinquecento e utilizzata nel periodo della dominazione spagnola come strumento di satira e critica politica.

La grande stagione dei divertimenti si chiudeva proprio al Largo di Palazzo con il grande apparato scenico della Festa della Cuccagna con la quale terminava il periodo di baldorie legate al Carnevale.

Macchine da festa e scenari effimeri in legno e cartapesta, raffiguranti templi, giardini, archi, erano tutte decorate da succulenti commestibili.

Dopo l’astinenza quaresimale da ogni forma di piacere e diversivo, il Giovedì Santo riprendeva lo svago per i napoletani: per le vie cittadine si assisteva alla sfarzosa Processione reale inaugurata dai Borbone.

I sovrani visitavano alcune chiese riccamente addobbate, inginocchiandosi davanti al corpo scultoreo martirizzato del Cristo.

Il giorno successivo seguiva la sfilata dei carri con le statue lignee o in gesso che rappresentavano i Misteri della Passione.

Contrastando in maniera stridente con le settimane precedenti, la Settimana Santa diventava un’ostentazione di lusso, un vero e proprio spettacolo a cielo aperto.

Nei tre giorni precedenti la Resurrezione di Cristo, la circolazione delle vetture era interrotta; ci si spostava solo con le portantine nelle quali si adagiavano dame di corte, tutte vestite di velluto nero, con sobri gioielli di solo brillanti e senza fogge particolari per non suscitare reciproche invidie.

Finita la Quaresima, riprendevano spettacoli, rappresentazioni teatrali, divertimenti che fecero annotare a uno dei tanti viaggiatori del Grand Tour: “In nessun paese al mondo il popolo celebra le feste con tanto ardore e spensieratezza come a Napoli”.

Annamaria Pucino