Votosìvotono. Tutti insieme appassionatamente contro Renzi: una lista infinita, da estrema destra a estrema sinistra. Un “nuovo Cln” contro l’Usurpatore; un “girotondo” rovesciato (ironia della storia) in cui la vecchia sinistra e la desta vanno a braccetto.
Essere  contro il referendum è fico,fa trendy, è fascinoso. Asse Zagrebelsky-Travaglio-Brunetta: un trio che sembra riemerso da un vecchio romanzo russo.
Quella di dicembre è una partita epocale per il futuro del Paese. O si va avanti, o si resta a contemplare uno splendido passato.
Certo, la riforma presenta luci e ombre. E il clima di guerra di religione, che non serve al Paese, è responsabilità di tutti.
Anche del premier che, nella prima fase,  personalizzando troppo il referendum, ha oggettivamente creato il mastice del Paese che sta all’opposizione. Perché non vuole cambiare, in difesa di piccoli o grandi interessi.  Così il 4 dicembre si è trasformato in un test sul gradimento del presidente del Consiglio ed del suo Governo, con buona pace dei contenuti di una riforma utile al Paese e al Mezzogiorno.

Utile? Sì, perché al contrario di quanto sostengono i “sacerdoti” della vecchia Carta costituzionale, non è affatto democratico che chiunque vinca le elezioni debba essere ostaggio per gli anni del mandato di gruppi e gruppetti senza poter incidere con le proprie azioni di governo. Chi vince le elezioni con il suo programma ed il suo personale politico deve poter governare lasciando a chi ha perso la funzione di controllo e di preparazione di un programma alternativo da sottoporre, successivamente,  al giudizio degli elettori.  Funziona così nelle democrazie più moderne, senza che nessuno si senta minacciato da venti di autoritarismo.

Utile? Sì, perché l’idea che per poter approvare una legge si debba aspettare il ping pong fra le due Camere, rimanendo ostaggio, al tempo della competizione globale, dell’immobilismo e dei barocchismi non è più accettabile. E la demarcazione tra ruolo della  Camera, organo legislativo, che vota la fiducia al governo, e Senato, organo di rappresentanza delle Autonomie locali e Regioni (con potere di decisioni su materie istituzionali) delinea una nuova architettura che definisce compiti e responsabilità, poteri e prerogative. Mettendo fine al polverone introdotto con la modifica al Titolo V della Costituzione che ha prodotto una valanga di ricorsi alla Corte costituzionale.
Utile? Sì, perché con una vera riforma si potrà finalmente iniziare la battaglia a sostegno di uno Stato meno pesante, (tra leggi, regolamenti e similia il corpus normativo supera le 100mila unità); per un controllo più efficiente della spesa pubblica; per alleggerire il Paese dal potere di veto di corporazioni che vogliono che nulla cambi per perpetuare la propria rendita.
Argomenti dei quali si discute da anni, ma che poi all’atto pratico nessuno è stato in grado di portare avanti con efficacia. Ci hanno provato in tanti,  da Craxi a Berlusconi, da Bersani allo stesso D’Alema. Ma con scarsi risultati. Perché il partito più forte in Italia ha una bandiera su cui è scritto il moto: “Tengo famiglia”.
Tutti vogliono cambiare, ma “avendo famiglia”, fanno piccoli tentativi, non ce la fanno, si arrendono perché non riescono a fare i conti con il rischio di perdere. Renzi, questa paura l’ha archiviata, ci ha messo la faccia, ci prova. Tra tanti errori, e con buchi neri che certo non mancano nella riforma. Ma si può, in attesa del migliore dei progetti, restare immobili?

I cambiamenti fanno paura. Sono temuti da tutta la nomenklatura che sospetta che dietro tutto il processo ci sia la perdita delle rendite di posizione. E quindi perché cambiare? Perché consentire al giovane fiorentino senza passato trotzkista ma nemmeno leninista, di porre mano alla Costituzione ?

Lui, l’uomo dal dna impuro, colui che ha osato fare palesemente quello che  nella storia del nostro Paese avveniva solo e sempre sottobanco: gli accordi fra e con i partiti.  Il nostro, invece, è il Paese del “gattopardismo”. Ci si sbrana a parole, nei talk televisivi, ma poi si fanno gli accordi sottobanco. È stato così per tutta la Prima Repubblica. Ma anche dopo. È l’Italia dell’inciucio, della concertazione che diventa diritto di veto. Dei salotti buoni. Che ora sono “incazzati” perché nessuno chiede il loro parere.
Ora si gioca a carte scoperte. Sinistra e destra sono dinanzi alle proprie responsabilità. Devono dimostrare se sono per il cambiamento o per la difesa ad oltranza dello status quo.
La riforma non è bellissima, ma se si perde questa occasione la partita sarà chiusa per i prossimi vent’anni.

Patrizia Sgambati