«L’aspetto del mare era forse più orribile che non l’aspetto della terra. Fin dove giungeva lo sguardo, non appariva che una dura crosta e livida, tutta sparsa di buche simili ai segni di qualche mostruoso vaiolo: e sotto quella immota crosta s’indovinava l’urgenza di una straordinaria forza, di un furore a stento trattenuto, quasi che il mare minacciasse di sollevarsi dal profondo, di spezzar la sua dura schiena di testuggine, per far guerra alla terra e spegnere i suoi orrendi furori. Davanti a Portici, a Torre del Greco, a Castellammare, si scorgevano barche allontanarsi in gran fretta dalla perigliosa riva, col solo, disperato aiuto dei remi, poiché il vento, che sulla terra soffiava con violenza, sul mare cadeva come un uccello morto: e altre barche accorrere da Sorrento, da Meta, da Capri, per portar soccorso agli sventurati abitanti dei paesi marini, stretti dalla furia del fuoco […].
Un’immensa nube nera, simile al sacco della seppia, (e seccia è chiamata appunto tal nube), gonfia di cenere e di lapilli infocati, si andava strappando a fatica dalla vetta del Vesuvio e, spinta dal vento, che per miracolosa fortuna di Napoli soffiava da nord-ovest, si trascinava lentamente nel cielo verso Castellammare di Stabia. Lo strepito che faceva quella nera nube gonfia di lapilli rotolando nel cielo era simile al cigolio di un carro di pietre, che si avvii per una strada sconvolta. Ogni tanto, da qualche strappo della nube, si rovesciava sulla terra e sul mare un diluvio di lapilli, che cadevano sui campi e sulla dura crosta delle onde col fragore, appunto, di un carro di pietre che rovesci il suo carico: e i lapilli, toccando il terreno e la dura crosta marina, sollevavano nembi di polvere rossastra, che si spandeva in cielo oscurando gli astri. Il Vesuvio gridava orribilmente nelle tenebre rosse di quella spaventosa notte, e un pianto disperato si levava dall’infelice città».
C. Malaparte, La pelle, Milano, Mondadori, 1978, pp.246-7.

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Curzio Malaparte, personaggio ambiguo anche nella vita reale, assiste all’eruzione del Vesuvio del 1944. Ed ambigua è la sua descrizione del mare nel romanzo, talvolta nero, poi rosso del vulcano… mare pronto a carpire la terraferma. Un attimo prima inferno apocalittico (descritto con effetti speciali da film thrilling…) ed poi rifugio.
Terra napoletana infestata dalla peste, non quella del corpo ma dell’anima, per Malaparte i giorni dell’occupazione americana sono in città i giorni dell’oscenità, dell’abiezione, dell’orrore.
Null’altro rimaneva allora se non la lotta per salvare la pelle: non l’anima, come un tempo, o l’onore, la libertà, la giustizia, ma la “schifosa pelle“.
Però Malaparte scelse di vivere sulla terraferma affacciato sul mare, per dare sollievo e pace al suo animo sempre in lotta. Nel 1938, progettò e costruì la sua rossa villa caprese a Capo Massullo, in un luogo suggestivo stretto tra il blu delle baie ed il verde della vegetazione mediterranea. Era quello il mare che aveva scelto, perfetto ed infinito, distesa calma e serena, paesaggio paradisiaco. Diverso da quello della sua letteratura.
La letteratura di Malaparte è così mistificatrice, esibizionista, sensazionalista, orribilista, tanto da far apparire l’inverosimile ancora più falso…
Era davvero così quella Napoli? Un popolo arrendevole di fronte ai vincitori, che si autoumiliava vendendo il proprio corpo e persino i suoi stessi figli? I perduti valori atavici della sua gente sono in quei giorni il prologo alla Napoli di oggi?
Malaparte (si può amare o odiare), non chiuse gli occhi davanti a nessuno scandalo, nessuna depravazione, nessuna violenza inflitta e patita, ma fu più vera la Napoli disperata ma dignitosa di Eduardo o quella maledetta dalla presenza angloamericana che pare soltanto umiliarsi ne “La pelle?

di Carlo Fedele