A seguito dell’interessante re-make del film del 1976, “Il viaggio dei dannati“, conosciuto anche col titolo “La nave dei dannati“,  che abbiamo  visto sugli schermi televisivi, in questi giorni, e che per fortuna, diversamente dal libro e dal film ha avuto un lieto fine. Ho comunque pensato fosse opportuno rispolverare il film ed il romanzo originali a cui la presente versione sembra essere liberamente ispirata.

Tratto dal libro omonimo di Gordon Thomas e Max Morgan Vitts, il film ed il libro sono la vera storia della St.Louis, la nave salpata da Amburgo nel maggio del 1939 per portare in esilio politico  937 ebrei. Cuba e gli Usa negano loro il permesso di sbarco. La nave torna così verso l’Europa, ma anche qui viene proibito il permesso di attraccare ovunque, dopo molte vicissitudini, il comandante riesce a far sbarcare gli ebrei ad Anversa. Alla fine la nave è costretta a tornare in Germania. Questo terribile risultato era stato cinicamente anticipato dai nazisti nel concedere il permesso per il viaggio in primo luogo, così potevano “dimostrare” che nessuno li voleva. Hitler infatti sapeva che molto probabilmente sarebbero stati rifiutati da tutti,  dimostrando che gli ebrei erano indesiderati dagli stessi paesi che criticavano le sue politiche antisemite mentre proclamavano i loro principi umanitari. Un piano politico che funzionò perfettamente per la Germania.

I 937 ebrei a bordo della St. Louis avevano pagato salatamente il governo nazista nella speranza di trovare rifugio a Cuba.  La vicenda di quel viaggio è uno straziante emblema della storia della seconda guerra mondiale. Come accuratamente ricercato da Gordon Thomas e Max Morgan Witts nel loro libro “La nave dei dannati”, ed è, inoltre, un’osservazione su come l’opportunismo detti le politiche dei governi.

Sembrava anche essere un eccellente materiale di base per un film. Purtroppo però il film non è alla pari del libro. Anche se film è libro sono due mezzi diversi di comunicazione, in questo caso il regista Stuart Rosenberg e gli sceneggiatori: Steven Shagan e David Butler, hanno perduto una buona occasione, disperdendo il potenziale della storia. Accecati dai grossi nomi che la produzione aveva attratto, hanno frammentato la trama in tante piccole storie parallele, rappresentandole banalmente, riducendole a piccoli problemi  di persone appartenenti al ceto alto-borghese. Purtroppo il pubblico era oramai già troppo lontano per essere commosso dai drammi individuali di persone intrappolate sulla nave che nessuno vuole. Le storie raccontate vengono, in un certo qual senso, disumanizzate, allontanate dalla realtà, cosicché il pubblico non riesce a relazionarsi con loro.

 Il cast di attori come Faye Dunaway e Oskar Werner, Malcolm McDowell e  Max von Sydow, Katharine Ross, e Orson Welles e James Mason, e gli altri sono usati male per i loro ruoli, non sono stati lasciati liberi di dare sfogo alle loro capacità a causa di un copione debole che non ha saputo rendere la magnitudo e la tragicità della situazione, ma che ha invece sfruttato le tragedie di persone reali, svuotandole di significato, senza dare loro il rispetto che è dovuto.

La banalizzazione di queste tragedie umane, ha fatto si che gli spettatori diventassero immuni anche a quello che era poi il dramma  reale ed il vero problema  di queste persone tenute in un limbo tra la vita e la morte, non potendo attraccare in nessun porto e rischiando di morie affogati o peggio di tornare nel paese da cui erano fuggiti perchè in pericolo di vita. Questa è stata la grave pecca del film che, al contrario del libro, un’opera di grande impatto emotivo, è riuscita ad immunizzare il pubblico alla vera tragedia umana della vicenda, mancando il bersaglio, distraendo o svalutando il fatto che queste persone stavano lottando per il loro diritto più importante: quello alla vita.