La Napoli di mio padre” è il nuovo film della regista, sceneggiatrice e giornalista, Alessia Bottone, che ha voluto immortalare in un cortometraggio “la necessità di raccontare, in una storia, il rapporto tra padre e figlia; e allo stesso tempo, la volontà di focalizzarmi sul tema della fuga, intesa dalla realtà ma anche come mezzo di sopravvivenza per i migranti e i richiedenti asilo”, come ha dichiarato la regista.

Il film, realizzato con materiale di archivio Luce e altri fondi italiani e che include video immagini della Ong Sea Watch,  è stato premiato al Bellaria Film Festival dalla Giuria presieduta da Moni Ovadia ed è attualmente selezionato al Festival Cinema e Diritti Umani di Napoli e al Festival Corto Dino di Torre Annunziata. (entrambi i festival si svolgeranno on line causa Covid-19).

Il cortometraggio trae ispirazione da un viaggio a Napoli che la regista ha fatto insieme al padre, Giuseppe, originario della città partenopea, e al fratello a bordo di un treno notturno, durante il quale è riuscita a capire e ad avvicinarsi ancora di più all’universo psico-emotivo del padre, universo legato in particolare ai ricordi della Napoli della sua gioventù. Le immagini del cortometraggio  sono accompagnate appunto, proprio dalla voce di “Giuseppe”, il narratore, che ci porta “in una Napoli che non esiste più ma continua a vivere nei suoi ricordi. Le immagini di archivio danno forma al suo viaggio nel passato, accompagnando lo spettatore in una dimensione onirica.”

L’autrice si è interrogata su chi fosse il padre, a che cosa veramente pensasse in quei suoi momenti di assenza, facendo convergere il tutto in domande su se stessa e sulla sua vita: lei una donna cresciuta a cavallo tra due culture diverse, quella meridionale e quella settentrionale.

Alessia Bottone, infatti, ha vissuto ed assorbito entrambe le tradizioni.  “È questo quindi quello che provano i figli dei nuovi migranti? – si chiede la regista –  vivere in un contesto in cui convivono più culture è indubbiamente arricchente, ma trovare una propria identità all’interno di questa ricchezza non è sempre facile. Ho quindi raccolto i ricordi di mio padre per poi tornare nella sua città natale e mi sono ritrovata davanti ad uno specchio, sorprendendomi di riuscire a vedere, finalmente, un’altra parte di me stessa.”

Lei stessa figlia di un migrante, ha  quindi continuato questo viaggio alla scoperta di se stessa usando anche il tema dei migranti con i quali, per diverso tempo, ha anche lavorato a stretto contatto in un centro di accoglienza in svizzera: “Ho deciso di allontanarmi dai numeri e dalle statistiche per porre l’attenzione sulla paura dell’ignoto che accomuna gli emigranti italiani del secolo scorso con la valigia di cartone, ai migranti e richiedenti asilo sui barconi dei giorni nostri. Il risultato è un dialogo silenzioso tra viandanti, che custodiscono gelosamente il loro passato pur combattendo l’ambiziosa battaglia dell’accettazione e dell’integrazione in una nuova terra.”  Ha concluso l’autrice.

Le immagini usate nel docufilm si riferiscono agli sbarchi di migranti albanesi del 1991 e sono dell‘Archivio Aamod e le riprese dei salvataggi in mare ad opera della Ong Sea Watch.

Oltre ai festival menzionati, il film inoltre è stato selezionato al Sedici Corto International Film Festival, al Festival Filoteo Alberini di Orte(Premio Miglior Montaggio e Miglior Sceneggiatura), e al concorso Signs of the Night di Bangkok, al Festival Internazionale Cinema e Donne di Firenze.

 

Alessia Bottone

Regista, sceneggiatrice e giornalista laureata in Istituzioni e Politiche per i Diritti Umani e la Pace. Nel 2017 consegue il Master in Sceneggiatura Carlo Mazzacurati dell’Università degli Studi di Padova. Si è occupata della regia, sceneggiatura del cortometraggio Violenza invisibile, dedicato alla violenza psicologica sulle donne e di due documentari: Ritratti in controluce e di Ieri come oggi.

Nel 2013 pubblica Amore ai tempi dello stage, Galassia Arte 2013, e due anni dopo, Papà mi presti i soldi che devo lavorare?, Feltrinelli. Nel 2017 le sono stati riconosciuti alcuni premi per le sue inchieste. Tra questi: il “Premio Giornalistico Claudia Basso” con l’inchiesta Pfas, il “Premio Alessandra Bisceglia” per la comunicazione sociale e infine il “Premio Massimiliano Goattin” per la realizzazione di una video inchiesta sulle barriere architettoniche. Nel 2018 rientra tra i finalisti del “Premio Cesare Zavattini” per la realizzazione di progetti di riuso creativo del cinema d’archivio e del “Premio Luzzati” per cortometraggi. La Napoli di mio padre, è il suo primo cortometraggio a base di archivio.