C’era attesa per la prima puntata di Adrian, un programma di animazione ideato da Adriano Celentano. Battage pubblicitario alle spalle, aspettative su ciò che il guru del tempo del populismo di governo avrebbe detto sulle “magnifiche sorti e progressive” del Belpaese.
Il risultato? Nulla di estasiante, innovativo, nessuna grande idea. Non solo. Ma addirittura, il molleggiato propina l’immagine di una Napoli che nel 2068, tra mezzo secolo, sarà una bidonville piena di monnezza, con grattacieli che arriveranno quasi a “oscurare” il Vesuvio, in cui giganteggia nientemeno che un palazzone con la scritta “Mafia international”.
Napoli come capitale internazionale del crimine. Ci sarebbe da ridere: troppa grazia, caro Celentano. È un primato che non ci interessa.
Invece la questione è seria. Perché in un filmato apocalittico, da utopia negativa, che si rifà non poco ad alcuni classici cinematografici del genere, il messaggio che passa è sempre quello. Della serie: “I napoletani? Sono così bravi nel malaffare, che in cinquant’anni, comanderanno il mondo del crimine”.
E allora, che senso ha dannarsi, darsi da fare, studiare, impegnarsi: il destino, secondo Adrian, è segnato.
Caro Celentano, ma cosa ti è venuto in mente? Non solo il cliché è stereotipato, banale, da filmetti di terza serie, ma il tuo Adrian
dimostra di non conoscere la città, la sua evoluzione, la vivacità culturale che la anima. I milioni di turisti che vengono qui ad apprezzare le nostre bellezze, i monumenti, la stessa identità napoletana. Napoli è una capitale del Mediterraneo. Per storia e tradizioni.
Ha i suoi problemi? Li conosciamo e ci impegniamo per risolverli. E non basteranno gli insulti e i soliti luoghi comuni a fermarci.
Hai toppato. E per usare un tuo vecchio linguaggio, il tuo programma è “lento”, è “out”. Da primato mondiale della banalità.

Patrizia Sgambati