La quinta settimana di programmazione del Pozzo e Pendolo si è chiusa sabato 29 luglio (repliche fino a lunedì 31), con il debutto, in prima assoluta, de La Medea di Portamedina di Francesco Mastriani, con Rosaria De Cicco, Marianita Carfora, Giuseppe Gavazzi, Peppe Romano, Alfredo Mundo, Gennaro Monti, Sonia De Rosa, Paolo Rivera, drammaturgia e regia di Annamaria Russo.
La storia della Medea napoletana messa in scena al Real Orto Botanico, raccontata con originalità di struttura narrativa da Annamaria Russo, si basa sul racconto di Francesco Mastriani, che a sua volta affonda le sue radici in una storia vera. Il 19 maggio 1793, Coletta Esposito, una giovane popolana di via Portamedina, uccide la figlia di pochi mesi e getta il corpicino esanime sul sagrato della chiesa, dove si stanno celebrando le nozze dell’uomo che aveva promesso di sposare lei e non quella donna vestita di bianco che stringe sottobraccio. La donna, poco più di vent’anni,assurge agli onori della cronaca. Il suo delitto terribile richiama alla tragedia greca, e la popolana dal nome oscuro viene ribattezzata la Medea di Portamedina.

Questa è una Medea napoletana, dalla quale emerge la condizione della vita del popolo partenopeo alla fine del XVIII secolo abilmente raccontato dalla penna di Mastriani.
Ma chi è Coletta Esposito, interpretata con grande passione nel dramma da Marianita Carfora, la sua identità e la sua storia ci vengono ricordate ritmicamente, ad intervalli regolari durante il dramma come il ritornello di una canzone: figlia di nessuno, abbandonata ancora in fasce, nella ruota degli esposti dell’Annunziata. Vita dura, difficile, spesso priva di calore umano quella delle ‘figlie di Maria’, destinate frequentemente ad un ‘maritaggio’ imposto dall’istituzione stessa, per creare nuovi spazi nell’orfanatrofio. Secondo l’antichissimo costume le ragazze venivano radunate nel cortile della Casa e presentate ad un pubblico di scapoli che avevano intenzione di chiederne qualcuna in sposa. I giovani pretendenti passavano in rassegna le fanciulle, e dopo aver scelto, gettavano un fazzoletto bianco alla ragazza, che doveva raccoglierlo per far capire che aveva accettato. Poichè  questa poteva anche rifiutare, nel caso il pretendente fosse stato troppo anziano o deforme e sebbene i regolamenti dell’ospizio non prevedessero un matrimonio per costrizione, la giovane ribelle veniva mandata al Serraglio (l’Albergo dei Poveri) in cui non conduceva certamente una vita facile e dignitosa.


In breve, le fanciulle che non sottostavano alle regole, non facevano mai una bella fine, per cui in pratica erano costrette al maritaggio. Così Coletta è forzata a sposarsi un vecchio usuraio, Nunzio Pagliarella. Ma la ragazza, che è per l’appunto, uno spirito ribelle, con l’aiuto di, donna Cesarina, una nobildonna casertana, intensamente interpretata da Maria Rosaria de Cicco, riesce a svincolarsi dall’unione forzata. La nobildonna vuole davvero bene a Coletta, forse perché è la sua vera madre o forse per espiare un suo passato oramai lontano. Ma persone come Coletta sono difficili da aiutare, come la Medea di Euripide, quella di Mastriani è complessa, sensuale, sfrenata, ingorda, feroce, passionale, crudele e vendicativa. Ma a differenza del personaggio classico, questa non ha le divinità dalla sua parte. Coletta è stata resa così dalla mancanza di amore, dall’isolamento emotivo in cui è cresciuta, piena di odio e di risentimento verso il mondo, e verso Dio, che ora le devono un po’ di felicità. La Medea di Portamedina è in questo senso l’opposto di quella classica, lei è stata abbandonata da Dio, che quando lei è nata … “s’è girat a chell’ata parte”.

Diversamente dal personaggio di Euripide, è si orgogliosa, ma non è l’orgoglio che le fa commettere questo crimine, bensì l’amore, un amore disperato e vorace, cieco come è cieca la furia che prova al tradimento del suo amato. È l’amore di chi non è mai stato amato, di chi non ha mai ricevuto e di conseguenza, di chi non sa dare.

Come Giasone, che sposa Medea promettendo, davanti agli Dei, di amarla per sempre, così l’unione tra Coletta e l’uomo di cui è invaghita, è suggellata da un giuramento, anche Cipriano Barca, il suo amato, infatti le giura di amarla per l’eternità, ma dopo aver avuto una figlia da lei, la tradisce per sposare una ragazza di buona famiglia, proprio come L’eroe greco, che vuole lasciare Medea per sposare, la bella Creusa figlia di re Creonte. Come la principessa della Colchide, la vendetta di Coletta sarà terribile, uccidera’ la sua stessa bambina,ma non per distruggere il futuro del suo amato, ma perché uccidere lui non gli provocherebbe abbastanza dolore, la morte è solo un attimo, ed anche per evitare alla bambina la sua stessa sorte, un’altra figlia di nessuno, un’altra diseredata senza speranza.

Euripide ci narra la storia di un eroe (eroina) classico/a, Medea è come Achille, Ulisse, orgogliosa, egoista, una semi divinità, non un semplice essere umano, ha gli dei dalla sua, ed alla fine si salverà: una vincente! Coletta no! Coletta è una perdente, è nata tale. Marianita Carfora, ce lo dice senza mezzi termini, con la potenza e la determinazione di una persona che non nutre false speranze, Coletta è una malata terminale dalla nascita, una per la quale, il miglio verde, è sempre stata la sua unica strada. Ha iniziato a perdere dal momento in cui è nata, per lei non ci sono mai state illusioni, anche con l’aiuto della nobildonna, non ci possono essere speranze, perché così sono i perdenti non sanno riconoscere o non sanno usare le occasioni quando si presentano loro, non sanno tirarsi fuori da quel buco nero che è la loro vita. Soffrono e fanno soffrire, sono dominati dalle loro passioni. Nelle parole della stessa Lina Sastri, che interpretò il personaggio in una produzione agli inizi degli anni 90 “non c’è psicologia nel personaggio di Coletta, perché le emozioni incontrate sono vissute così come sono e basta”. Sono passioni ed emozioni che divorano. Una persona che non ha mai conosciuto l’amore e quindi non sa amare, questa è Coletta! una vittima della vita. Rosaria De Cicco e Marianita Carfora sono entrambe penetrate sotto la pelle dei loro complessi personaggi, prendendone possesso, sui loro volti sono apparsi momenti di vera commozione che il pubblico ha percepito e restituiti con ovazioni finali a tutta la compagnia e riconoscimenti personali alle due eccezionali interpreti.

Simona Caruso

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