Più di un anno fa, per l’esattezza il 7 giugno 2019 veniva pubblicato un articolo in “The Guardian”, in vista dell’attesissimo documentario di Asif Kapadia (trasmesso da RAI3 lo scorso giovedì 26 novembre in prima serata) sul “fenomeno Maradona”. Il pezzo giornalistico è stato scritto da Ed Vulliamy, il corrispondente del Guardian in Italia dal 1989 al 1994. Il reporter britannico fa una profonda riflessione sul documentario, importante in quanto afferra appieno il legame tra il giocatore argentino e la città partenopea. Secondo Vulliamy  “Il film gira le pagine di un meraviglioso album di ritagli, ma non trasmette come Maradona e Napoli abbiano condiviso un battito e un’anima comuni.”  Vale la pena riportare alcuni stralci dell’articolo, scritto più di un anno fa, che parla di questo legame, in queste ore di profonda tristezza, per l’acume, l’analitica sensibilità e l’affetto che traspare dalle parole scritte dal giornalista anglosassone.

Lavoravo a Roma, ma facevo il pendolare da Napoli per motivi romantici, e presto mi innamorai anche di Maradona. Capire Maradona a quei tempi significava capire Napoli, e viceversa: la stessa magia ultraterrena, la stessa luce brillante, le stesse ombre malefiche. Nel 1984, l’SSC Napoli non era al livello delle potenze calcistiche europee e per questo non era la destinazione ovvia per una stella del calcio mondiale. E tutto questo accadeva molto prima di Elena Ferrante e del turismo di massa: Napoli era una città di transito attraverso la quale i visitatori passavano frettolosamente per raggiungere la Costiera Amalfitana, stringendo spesso invano, i portafogli.

Eppure era il luogo perfetto per Maradona: ogni napoletano sentì la mano di Dio con l’arrivo del fuoriclasse argentino. Strappando i primi titoli di campionato alle odiate, finora dominanti, squadre del ricco nord, Maradona incarnava l’orgoglio ribelle e la rivincita del sud più povero. “Arrivano i napoletani: che fetore! Anche i cani scappano ”, cantavano i tifosi del nord in visita. “Colerosi! Terremotati! ”-. E dalla nostra amata Curva B in fondo allo stadio è arrivata la risposta: “O mamma mamma mamma, sai perché mi batte così il corazon? Ho visto Maradona, ho visto Maradona, eh, mammà, innamorato son.”
Maradona e Napoli hanno creato una magia ultraterrena e talvolta oscura…e io ero lì!

La domenica iniziava e finiva in un bar dietro la stazione di piazza Leopardi, nel quartiere Fuorigrotta, ed è lì che per due anni ho trascorso il tempo, quando non ero allo stadio, guardando Diego Maradona sfidare le leggi di gravità e la fisica con un pallone.

Ma è la sinergia tra giocatore e città che è veramente profonda. Napoli esiste su una faglia e all’ombra di un vulcano, in stretta vicinanza ai culti della morte e dell’aldilà, piena di ciò che i nordeuropei e i protestanti chiamano superstizioni. “Non sapete cosa vi siete persi“, si leggeva tra i graffiti sul muro di un cimitero dopo il secondo campionato nel 1990, quando i festeggiamenti durarono tre notti. “Come fai a sapere che ce lo siamo perso?” si leggeva in risposta. Maradona praticava la stregoneria sul campo; il suo stile era magico, era vodoo-football. Maradona poteva leggere nel pensiero e superare in astuzia un avversario, come in un un incanto, prima che l’altro se ne rendesse conto. Nessun giocatore può essere un’intera squadra, ma il sesto senso di Maradona contagiava quelli al suo fianco; la sua logistica, il suo controllo del team era come una seduta spiritica, così come il suo legame con Napoli. Il calcio di Maradona era un calcio pagano per una città pagana, ed era per questo che Napoli lo amava. Maradona resterà nel cuore di Napoli per sempre: incantatore, salvatore, talismano, mago. Il suo ritratto adorna miserabili condomini, la sua figurina è onnipresente. La città non si è mai ripresa veramente da Maradona dal momento in cui qualcuno ha scritto, il giorno dopo la sua partenza, su un muro del fatiscente quartiere Forcella: “Diego, facci sognare ancora.”