La Bellezza salverà Napoli: interviste a napoletani, per nascita o per scelta, che producono Bellezza

Una voce pacata e gentile mi arriva attraverso il telefono, non senza emozione da parte mia: è quella di Gaetano Manfredi, attuale ministro dell’università e della ricerca, e prima, dal 2014, rettore dell’Università Federico II di Napoli, ora in aspettativa.

Laureato in ingegneria e docente di Tecnica delle costruzioni, è stato anche presidente della CRUI, l’associazione delle università italiane statali e non statali.

Il suo impegno da rettore è stato estremamente proficuo per la visibilità del più grande ateneo meridionale e per averne risollevato le finanze. Grazie alla partnership tra la Federico II e Apple, inoltre, nel 2016 si inaugurò, a San Giovanni a Teduccio, nella zona orientale di Napoli, la Apple Ios Developer Academy, la prima scuola europea per sviluppatori di app, creando, così, i migliori presupposti affinché i nostri giovani non siano costretti ad allontanarsi. 

Al ministero, invece, Manfredi entra in carica il 10 gennaio 2020 e quasi immediatamente iniziano le note vicende sanitarie della pandemia e della conseguente quarantena.

«Come ha reagito l’università alla quarantena da COVID, ministro?»

«L’università ha reagito bene, perché è stata capace di affrontare una situazione del tutto inaspettata con un rapido passaggio alla formazione a distanza. Gli studenti hanno potuto continuare a seguire i corsi, sostenere gli esami e anche a laurearsi, senza far registrare, dunque, significativi danni rispetto alla situazione di normalità. I dati ci dicono, infatti, che il numero di esami sostenuti e di laureati non ha risentito in modo sostanziale del lockdown.»

Per il ministro Manfredi il pensiero esige il confronto e il dialogo, si nutre dello scambio in presenza fisica e non a distanza.

«È quanto mai urgente riportare i ragazzi negli atenei, quindi. Come e quando sarà la ripartenza?»

«Sì, certo, l’università è comunità, è fatta di relazioni interpersonali e di un confronto anche fisico tra studenti e docenti. Oggi più che mai, è forte la necessità di tornare il più rapidamente possibile in presenza; ed è questo l’intento del ministero, seguendo quanto già le università hanno deliberato. Molti atenei sin da questo mese di luglio faranno sostenere una parte degli esami e la discussione delle tesi di laurea nella modalità tradizionale, e a settembre lo stesso avverrà anche per la didattica. Certamente si terrà sempre aperto anche il canale telematico, sia per motivi di sicurezza – dobbiamo avere un’adeguata elasticità relativamente a possibili riprese del virus –, sia per riuscire a includere studenti che non sono in grado di spostarsi: pensiamo agli stranieri – abbiamo ancora le frontiere chiuse con molti Stati – ma potremmo avere problemi anche con i fuorisede. Ci vuole, quindi, un approccio molto flessibile, capace di rapide modifiche, che tengano conto delle circostanze che si presenteranno.»

«Il decreto rilancio, varato dal governo Conte, quanto ha stanziato per l’università e per la ricerca e come il suo ministero intende utilizzare questi fondi per studenti e ricercatori?»

«Per l’università e la ricerca è stato stanziato un miliardo e quattrocento milioni: una cifra molto rilevante rispetto agli stanziamenti del passato. Trecento milioni sono destinati al sostegno al diritto allo studio, quindi alla riduzione delle tasse universitarie, all’aumento delle borse di studio, a bonus per ridurre il digital divide degli studenti, nonché a sostenere tutti gli interventi necessari alle università e legati all’emergenza. Duecentocinquanta milioni saranno utilizzati per 4.000 posizioni di ricercatori e cinquecentocinquanta milioni saranno destinati a un programma di ricerca nazionale. Ulteriori risorse saranno spese per sostenere l’incremento dei costi legati al numero maggiore di ricercatori.»

«Dal momento che il COVID ha determinato un aumento della povertà, il timore è che in un Paese come l’Italia, già tra gli ultimi come numero di laureati, si possa creare una drammatica diminuzione degli iscritti all’università.»

«È un timore che non escludo. Però ci siamo attivati subito per fronteggiare questo problema, che ritengo gravissimo, e quindi mi auguro che l’importante sostegno al diritto allo studio che mettiamo in atto possa compensare le difficoltà che molte famiglie stanno avendo in questo periodo.»

«A Napoli, il 5 giugno scorso, 66 studenti sono stati premiati come meritevoli in occasione del 796° compleanno della Federico II. Proprio in tale circostanza una sua dichiarazione è stata: “Nulla di più inclusivo che premiare il merito. Il merito è la migliore garanzia per tutti di potersi esprimere.” Come pensa che si possa garantire sempre più il merito, in ambito universitario?»

«Questo è un tema a me molto caro, perché penso che se veramente vogliamo dare un’opportunità ai giovani migliori, dobbiamo garantire dei percorsi meritocratici, appunto. Le regole servono ma forse a volte sono anche troppe. Abbiamo necessità di un’università con procedure più semplici e soprattutto trasparenti, che aiutino i giovani talentuosi. Vanno premiate quelle università e quelle aree disciplinari che scelgono i ricercatori giovani e più capaci riconoscendone le qualità e il valore, e che lo fanno con debiti processi valutativi, perché in questa maniera, chi sbaglia nel reclutamento, facendo prevalere altri tipi di criteri, chiaramente deve essere penalizzato.»

«Da docente a rettore ha dovuto mettere in campo skills manageriali. Da rettore a ministro, a quali abilità ha dovuto attingere?»

«Sicuramente una componente manageriale ci vuole anche nel ruolo di ministro perché si gestisce un settore del Paese. Ma un altro fattore che ritengo molto importante e che mi ha aiutato tanto in questi mesi, è stato l’ascolto continuo dei protagonisti della vita universitaria. Per chi svolge un ruolo come quello di ministro, ascoltare le esigenze delle persone è molto utile, anche per comprendere l’efficacia delle politiche che si adottano. Direi quindi che è decisamente la dote dell’ascolto, quella che ho messo e continuo a mettere in campo.»

«Già come rettore ha dovuto rinunciare al contatto costante con i ragazzi. Ora ne è ancora più lontano. Quale modo trova per non accentuare questa distanza, in modo da poterne sempre comprendere le istanze?»

«Moltissimi studenti mi scrivono in mail, anche tanti che non conosco, naturalmente, e quindi questa è una strada che mantengo sempre aperta e che coltivo. Cerco poi di incontrarli, come cerco di incontrare i miei colleghi, ricevendoli anche da me. Reputo che sia molto importante evitare di staccarsi dai bisogni quotidiani che chi vive nel mondo dell’università e della ricerca ti suggerisce. Ovviamente questo è un periodo in cui momenti così sono stati enormemente sfavoriti, ma spero che presto si possa tornare a incontrarsi.»

«Un auspicio che rivolge ai ragazzi?»

«Il mio auguro è che tutti riescano a realizzare i propri sogni! La forza che fa cambiare il mondo è il sogno dei giovani e quindi, quando loro riescono a coronarli, significa che il mondo ha fatto un passo in avanti.»

Manfredi è un uomo estremamente riservato, profondamente stimato nell’ambiente accademico e in lui come ministro, si è visto chi potesse concretizzare una virata di allontanamento da vecchi schemi deleteri che sono prevalsi nel mondo dell’università.

Una formazione classica, amore per le materie umanistiche, letture a gogò, e poi la scelta, pragmatica, per la facoltà di ingegneria.

«Sono stato e sono ancora appassionato di materie classiche ma in casa, per la presenza di mio padre ingegnere – professionista e dirigente, non accademico – ho sempre respirato l’aria di ingegneria. Nel momento della scelta universitaria, visto che avevo interesse anche per la matematica, mi ha solleticato l’idea di approcciarmi all’ingegneria come una materia che consente di fare delle cose, che dà un senso di concretezza: una cosa che poteva attirare un diciottenne, no?»

«E tra i tanti libri, quello in lettura in questi giorni?»

«Sto leggendo il libro che mi ha portato Michele Ciliberto, il suo “Il sapiente furore. Vita di Giordano Bruno”, il quale, peraltro, era un mio conterraneo.»

E in questo avverto una punta di orgoglio, quello di una persona legata alla sua terra, alle sue radici.

«E del suo rapporto con Napoli che mi dice?»

«Napoli è la mia città adottiva, visto che sono nato e continuo a vivere in provincia, ma ho sempre operato, lavorato e trascorso la maggior parte del mio tempo in questa città. È straordinaria e mette insieme tanta qualità e tante difficoltà: è una splendida interprete di quella che è la complessità dei tempi moderni. Il mio rapporto è di grande amore, perché le sensazioni di Bellezza che si vivono a Napoli, è quasi impossibile provarle altrove; d’altra parte, però, nutro un po’ di amarezza per le tante occasioni perdute e per il ruolo che a Napoli spetterebbe come grande capitale internazionale e che invece non riesce ad avere.» 

«Qual è, secondo lei, la cosa che più manca a Napoli per vivere bene o almeno meglio?»

«Napoli ha bisogno di normalità: servizi che funzionano, pulizia, ordine. Ambire alla normalità e coniugarla alla straordinarietà esistente farebbero diventare questa città il posto più bello del mondo. Il mio sogno è proprio quello di vedere Napoli, e la Campania e il Sud tutto, riacquistare il ruolo che meritano e che, troppo spesso, è troppo mortificato.»

Saluto il ministro con una curiosità banale a cui lui risponde con la sincerità di un uomo innamorato…

«Non riesco a immaginare quanto tempo libero possa avere un ministro, ma cosa fa nei momenti di sana e meritata distrazione dagli impegni istituzionali?»

«Dice bene, il mio tempo libero è pochissimo, ma quello che ho, lo trascorro con mia moglie, che senza dubbio è la persona che più soffre del mio lavoro.»

Luciana Pennino

La foto di copertina ci è stata fornita dall’ufficio stampa del ministro in esclusiva per questa intervista.