Arriva giugno, anche nelle aule virtuali. Ed è tempo di considerazioni.

La prima cosa a venirmi in mente?

Le buone, vecchie cartine di tornasole.

No, la macchina impazzita degli Esami di Stato 2020 non mi ha fatto (ancora) uscire completamente di senno.

Sì, le cartine di tornasole. Sapete, quelle striscioline pronte a cambiare colore, dai toni caldi ai toni freddi, o viceversa, una volta entrate in contatto con sostanze acide o basiche?

Dopo tanti anni, ne ho rivisto un’altra.

Questa volta, niente colori aranciati o bluastri, ma quelli infiniti, dei miliardi di pixel dei nostri schermi. Allo stesso modo, niente forme rettangolari, lunghe quanto un dito. Nessun contorno, solo l’immaterialità della rete.

Sto parlando della “didattica a distanza”. Terreno per esperimenti non troppo distanti da quelli di un laboratorio di chimica, e, sicuramente, non meno interessanti.

Adesso, a tre mesi dall’adozione di questa nuova formula, ormai quasi portata al suo definitivo compimento, è finalmente possibile fare bilanci attendibili su cosa questa metodologia didattica assunta, gioco-forza, a causa del Coronavirus, sia in grado di raccontare su docenti e alunni.

Il docente ritardatario cronico in veste pre-pandemia, ha continuato a lasciare vuote per troppo tempo anche le aule virtuali.

Il professore sempre un po’ stanco, adesso sembra fluttuare in modo indefinito, emergendo, a sprazzi, tra le pieghe del “mi connetto, quindi, sono”, al “non mi connetto, quindi, non sono”.

Quel collega sempre misteriosamente autorizzato a non partecipare a consigli, né a lezioni, perché impegnato in gravose ed improcrastinabili mansioni, continua a trovarsi ancora in tante faccende affaccendato (sì, ma dove?).

L’alunno con il cervello connesso a tratti, all’epoca della didattica in presenza, adesso, invece, ha il cellulare che si connette a tratti. E il suo occhio sonnolento, ora si è tramutato in una telecamera disattivata. Il non vedere, che si trasforma in non essere visti.

Ma c’è anche chi, invece, vede e fa, pur sapendo di non essere visto.

Mi riferisco al popolo brulicante di migliaia di docenti/alunni-formica.

A quei docenti senza orari, che rispondono al quesito del proprio alunno anche all’una di notte, perché quel ragazzo lavora, e prima di quell’ora proprio non ce la fa a mettere la testa sui libri, non per sua volontà, ma sono proprio i turni, non decido io, mi dispiace, prof.

A quegli insegnanti con chiassosi bambini piccoli, che disattivano i microfoni durante le riunioni in videoconferenza, e che, per parlare, si riempiono i polmoni di ossigeno, come a fare scorta di aria per soffiare su miliardi di candeline, si chiudono in bagno, riattivano il microfono, prendono la parola e, in fretta, mettono insieme un discorso con la velocità della luce, pronti a ripiombare nel silenzio.

E a quegli alunni in grado di dar vita a dei recuperi insperati, grazie ad un’idea di una didattica a distanza vista come un’opportunità e non come una maledizione a cui sottostare passivamente. Una didattica che, apparentemente “a distanza”, offre quel calore di forte presenza, nella comune intenzione di avvicinarsi il più possibile gli uni agli altri.

Tanti piccoli grandi miracoli destinati a restare invisibili a tutto il resto del mondo, proprio come nella più ordinaria didattica in presenza. Figuriamoci adesso, poi, senza neppure una campanella a sancire la fine, agli occhi del mondo, della giornata di lavoro di docenti e alunni, che, intanto, scompaiono sui monitor dei docenti come bolle di sapone esplose a contatto con lo schermo del PC.

Il docente, quindi, resta docente in tutti i sensi. Sempre in azione, e sempre invisibile. Anzi, sempre più invisibile, poiché, dell’iceberg della sua mole di lavoro, non resta nemmeno più visibile l’esigua punta delle 18 ore settimanali, ulteriormente smussata dalle ingiurie di essere il solito privilegiato che, adesso, lavorano pure in smart working.

Il docente-formica lo sa. Sa bene tutto questo.

Ma lui, francamente, se ne infischia.

E lavora lo stesso.