Riflessione sulle democrazie che ci governano

Nata come forma di governo che dava potere al popolo e scacciava i tiranni, la democrazia ha ormai più di 2500 anni; spesso si è detto che fosse in crisi, c’è chi sostiene che sia solo un’illusione, ma altri si chiedono se siamo davvero governati da una democrazia e, in tal caso, se sia una forma di governo ormai superata. Al tempo di Pericle, esempio illustre di governo democratico, si trattava di una democrazia diretta: i cittadini di Atene (solo loro avevano diritto di voto) si riunivano nell’agorà e votavano per alzata di mano. Con l’incremento della popolazione si è poi arrivati ad una democrazia rappresentativa, dove il popolo vota i suoi rappresentanti che poi prenderanno le decisioni cruciali per il bene della nazione. O almeno si spera. Già, perché chi sostiene che il popolo non sempre sa cosa e chi sta votando, ha gioco fin troppo facile a ricordare che Hitler vinse le elezioni del 1933 con il 43% dei voti e, per restare a qualcosa di più attuale, a far pesare quel milione e 200 mila persone che hanno votato per la brexit, salvo poi pentirsi (troppo tardi) dicendo che se avessero  compreso bene le conseguenze, avrebbero votato in modo diverso. Sempre in tema di referendum, c’è da constatare come a volte dimostrino la scarsa credibilità delle democrazie: esempi celebri sono il referendum italiano del 1993 per abolire il finanziamento pubblico ai partiti, in cui tutti votarono contro ma il finanziamento continua tutt’oggi ad esistere, e il referendum greco del 2015, in cui fu chiara la volontà dei greci di non voler accettare il piano ‘lacrime e sangue’ (che il popolo greco ancora versa) imposto dall’Unione Europea per il salvataggio del Paese (ma in tanti sostengono che servì a salvare le banche, in particolare quelle tedesche e francesi), e che fu invece accettato da Tsipras, al termine di estenuanti quanto inutili trattative. Certo, ci sono anche esempi positivi, come il referendum italiano sul divorzio, ma il dubbio sulla saggezza popolare del suffragio universale e sulla credibilità delle democrazie resta. Sulle attuali democrazie, inoltre, non pesa solo quanto appena detto, ma anche un forte senso di ingiustizia percepito dalla gente e trasmesso da governi che sembrano favorire sempre più i potenti, calpestando diritti che, in democrazia, dovrebbero essere di tutti, ma che per alcuni sembrano essere molto fragili. Insomma, si ha la chiara sensazione di vivere in una società dove, per dirla come ha cantato De Gregori (in una cover di Bob Dylan), “Ruba una mela e finirai in galera/Ruba un palazzo e ti faranno re.” Ci troviamo a vivere, quindi, in delle democrazie poco credibili, fortemente ingiuste e poco efficienti, ovvero qualcosa che sembra molto poco democratico. Ma è plausibile una democrazia con suffragio non universale? C’è chi sostiene che sarebbe meglio dell’attuale, se gli elettori venissero selezionati. Ma in base a cosa? Una élite di intellettuali e pochi altri? Ritroveremo questa ipotesi più avanti, e anche se sembra una strada difficile da percorrere, vedremo come, per qualcuno, di fatto sia già così. Attualmente le democrazie occidentali sembrano, come detto, molto confusionarie, poco credibili, piene di partiti e di conflitti che, di fatto, hanno portato l’Unione Europea ad uno stallo (con annessa crisi economica e politica) dovuto alle decisioni che, sempre più spesso, non vengono prese nei palazzi governativi, ma in altre sedi e da altre persone, e il cui prezzo è pagato dai cittadini. Sembra andare meglio in Russia, dove il popolo va a votare, ma a vincere è sempre la stessa persona. Ma chi sta facendo meglio di tutti è la Cina, che non conosce crisi economica e, anzi, cresce sempre più. Certamente il fatto che sia governata da un solo partito non garantisce libertà di pensiero, tutela delle minoranze e altre cose tipiche della democrazia, ma dal punto di vista economico (che è quello su cui si basano anche le democrazie occidentali, come vedremo) è un modello che funziona. Dunque ha ragione chi dice che le oligarchie sono una forma di governo migliore della democrazia? In realtà c’è chi sostiene che ormai da molto tempo viviamo in una democrazia solo formale, di fatto controllata da un’oligarchia. Da anni ormai leggiamo i rapporti della Oxfam (Oxford Committee for Famine Relief ) in cui si evidenzia come poche persone detengono il potere economico e la ricchezza equivalente del restante 99% della popolazione mondiale, rapporti confermati anche da altri studi fatti da banche svizzere, che non sono certamente enti di beneficenza. L’economista indiana Vandana Shiva, nel libro ‘Il pianeta di tutti’ scritto con Kartikey Shiva, fa notare che mentre nel 2010 erano 388 i miliardari che controllavano un patrimonio pari a quello della metà più povera dell’umanità, nel 2017 tale ricchezza si è concentrata nelle mani di 8 miliardari e nel 2020 sarà nelle mani di uno solo di essi. Per chi non grida al ‘complotto’ o ai ‘governi fantasma’, queste sono le conseguenze della moderna economia e della globalizzazione, in ogni caso non sembra un bell’effetto. Fin dal 1954, gli uomini più ricchi del pianeta hanno l’abitudine di riunirsi annualmente in ciò che viene chiamato il ‘gruppo Bilderbeg’ (dal nome dell’hotel olandese che ospitò la prima riunione del gruppo); in merito a queste riunioni non esistono rapporti, agende o semplici dichiarazioni rilasciate alla stampa, anzi, ai giornalisti non è permesso assistere e i partecipanti non hanno mai rilasciato dichiarazioni. Sembra che il solo David Rockefeller, nella riunione del 1991, abbia affermato che una sovranità sovranazionale, composta da una élite di intellettuali e banchieri mondiali (in pratica un’oligarchia), sia indubbiamente preferibile alla tradizionale autodeterminazione delle nazioni, in altre parole alla democrazia in ogni sua forma (Diego Fusaro, ‘Gruppo Bilderberg, ecco chi governa davvero il mondo’- Il Fatto Quotidiano 08.02.2016). È comprensibile che dal suo punto di vista sia preferibile un’oligarchia di quel tipo, anche se produce una diseguaglianza ogni anno maggiore tra chi detiene la ricchezza e chi, invece, la povertà, come dimostrano i già citati rapporti annuali Oxfam. Ma che questa oligarchia sia un dato di fatto e non solo una speranza di David Rockefeller, non sono solo i dati Oxfam a supportarlo. In una trasmissione televisiva, uno dei massimi storici italiani, il prof. Luciano Canfora, parlando di oligarchia ha spiegato la frase del giurista e storico Gaetano Mosca, “Le oligarchie sono irresistibili”, dicendo che esse sono minoranze organizzate che riescono a tener testa e a sovrastare le maggioranze disorganizzate, ed ha aggiunto che le minoranze organizzate sono quelle che fanno capo al capitale finanziario che, in tal modo, è presente ovunque “come l’ombra di Banco nella grande tragedia di Shakespeare”. Proseguendo nel discorso, Canfora è arrivato a parlare di quelle che vengono definite ‘democrazie mature’, ovvero all’Inghilterra e agli Stati Uniti, “dove una minoranza di elettori designa il presidente o dove un collegio uninominale fa sì che un partito di minoranza divenga maggioranza in parlamento? Sono inconvenienti che conosciamo bene – afferma il famoso storico – Comunque accettiamo l’idea che siano mature: all’interno di esse c’è una struttura formidabile, essenzialmente gerarchica, che è colei che detiene il potere, ed è il capitale. La fabbrica è strutturalmente gerarchica, la democrazia è strutturalmente egualitaria, sono due principi che fanno a pugni tra loro. Qual è la via di uscita perché le minoranze organizzate governino? Far credere, attraverso il rituale elettorale, che siano gli elettori stessi a destinare il potere a chi poi se ne impossessa. Questo meccanismo ormai è logoro, scoperto, evidente; la crisi dei partiti politici ne è la controprova.” Insomma, anche il prof.Luciano Canfora sembra alimentare la teoria dell’oligarchia che governa all’ombra di una democrazia formale, una teoria che abbiamo approfondito in passato nell’articolo “Siamo tutti schiavi felici?” che trovate a questo link https://www.napoliflash24.it/siamo-tutti-schiavi-felici/  Ma, senza gridare a ‘complotti’ o a ‘oligarchie ombra’, fermiamoci ai fatti e analizziamoli affinché ognuno si possa fare la propria idea: nel 2007 le prime 250 società del mondo fatturano una cifra pari ad un terzo del P.I.L. mondiale, superiore a quello degli USA e dell’Unione Europea; le maggiori 5 di queste società fatturano più del P.I.L. di qualsiasi Paese del mondo tranne 7, ma la cosa ancora più importante, è che tali multinazionali sono strettamente collegate alle banche e alle agenzie di rating (M. Caligiuri e G.Galli, ‘Come si comanda il mondo’). Le tristemente ‘famose’ Standard & Poor’s e Moody’s, ad esempio, sono entrambe partecipate della stessa società di investimento statunitense, la quale, ovviamente, detiene una quantità rilevante di titoli di stato e altri prodotti che influenzano la finanza, l’economia e, dunque, la politica mondiale. Tale società, ad esempio, nel 2011 possedeva molti Bund tedeschi, che immediatamente ci riportano alla memoria il temutissimo spread che, a sua volta, ci riporta alle citate agenzie di rating. Una società di investimento che ha un tale controllo sugli strumenti finanziari mondiali, che controllo ha della politica mondiale o almeno quanto può influenzarla? La domanda ci sembra più che lecita, la risposta può essere cercata nei rapporti molto stretti che intercorrono tra le lobby di potere economico e quelle politiche, come accennato nell’articolo “Siamo tutti schiavi felici?” (lo trovate al link indicato più sopra). Tutto ciò ci riporta alla domanda iniziale: ammesso che la nostra non sia un’oligarchia mascherata da democrazia come ipotizzato prima, la democrazia è ancora la migliore forma di governo possibile? Qualunque sia la forma di governo in cui viviamo, è indubbio che chi detiene il potere economico ha una forte influenza, se non addirittura il controllo (almeno in parte), su chi ci governa, il che rende tristemente profetiche le parole di un altro celebre cantautore: Pino Daniele, che in suo brano cantava “e vulisse nun munno onesto/ma te diceno sempe ‘o stesso/’ncoppa ‘e sorde ‘a gente/nun guarda ‘nfaccia a nisciuno”. Alla faccia della democrazia. ���