Il deus di Facebook, Mark Zuckerberg, chiede scusa alle autorità americane per i 78 milioni di profili intercettati dalla società Cambridge Analityca e utilizzati a fini politici ed elettorali. Una questione che ha immense ricadute economiche e sociali perché apre lo squarcio sui rischi di manipolazione dell’opinione pubblica tramite i social, la “prigione dorata” di cui l”uomo digitale” non riesce più a fare a meno.
Basti pensare quante volte al giorno andiamo sui social. Non ci sono ricerche specifiche, ma ognuno di noi può fare un calcolo sul suo livello di dipendenza. 
Perché non ne possiamo fare a meno? Le ragioni sono tante: la voglia di essere in un mondo più vasto di quello del nostro microcosmo quotidiano, la possibilità di conoscere nuove persone, di fare esperienze senza impegnarsi più di tanto. Perché come dice il sociologo Bauman le amicizie scomode, quelle che possono crearci problemi perché ci mettono in discussione, possono essere cancellate con un click. E si ricomincia. Senza grande impegno.
Ma c’è un altro aspetto più psicologico: la paura di non esserci, di essere dimenticati. Di diventare “secondari” rispetto alla centralità della Rete che per molti ha preso il posto del mondo reale.
Proprio per questo motivo in queste ore milioni di utenti italiani effettuano il test, messo a disposizione da Facebook. Pare che da noi i profili intercettati siano 214mila.
E per molti scatta non il sospiro di sollievo per la privacy non violata, ma addirittura il sentimento opposto: “Ma come, nessun grande fratello mi ha preso in considerazione? Nessun vuol sapere chi sono, quali libri leggo, le mie idee politiche? No, non è possibile. Devo essere più presente, devo espormi di più, essere più visibile, avere più like”.
Ecco, finché queste saranno le nostre pulsioni, Zuckerberg può dormire sonni tranquilli e continuare a fare soldi: la sua “gabbia dorata” continuerà a guadagnare sempre di più.

Patrizia Sgambati