Questa è la storia di una donna, di una nave e di tanti bambini e ragazzi napoletani. La donna è Giulia Civita Franceschi, la nave è la Francesco Caracciolo, e i bambini e ragazzi sono gli scugnizzi napoletani chiamati poi “Caracciolini”.

Giulia Civita, nata a Napoli nel 1870, era figlia dello scultore Emilio Franceschi e di Marina Vannini, trasferitisi da Firenze qualche anno prima. Emilio Franceschi si affermò presto nella città partenopea, tra le sue opere più note c’è la statua di Ruggero il Normanno, la prima delle otto sculture che ornano la facciata del Palazzo Reale di Napoli. Giulia si sposò giovane all’età di 19 anni con l’avvocato penalista Teodoro Civita dal quale ebbe un unico figlio, Emilio, suo prezioso collaboratore nella direzione della nave.

Il suo nome, quale educatrice della “Caracciolo”, fu suggerito da Enrichetta Chiaraviglio Giolitti, figlia del Presidente del Consiglio e da Antonia Persico Nitti, moglie del noto statista e sua amica d’infanzia. Entrambe persuase che all’educazione dei fanciulli abbandonati dovesse essere preposta una donna. Così la vita trascorsa in quei 15 anni da Giulia Civita Franceschi sulla nave si fuse interamente a quella degli scugnizzi imbarcati sulla Caracciolo.

Fù nel 1913 che, Giulia assunse la direzione della Nave Asilo “Francesco Caracciolo”, una pirocorvetta donata dal Ministero della Marina alla città di Napoli e destinata al recupero dell’infanzia abbandonata. Questo tipo di iniziativa aveva avuto già dei precedenti in Italia: la Nave Officina “Garaventa” a Genova, attiva fin dal 1883 e finalizzata ad accogliere giovani che avessero scontato delle pene carcerarie, e la Nave Asilo “Scilla” promossa a Venezia da David ed Elvira Levi-Morenos fin dal 1906 e funzionante come scuola di pesca per gli orfani dei pescatori dell’Adriatico.

La nave era stata messa in disarmo l’11 dicembre 1904. Fu il disegno di legge del ministro Pasquale Leonardi Cattolica ad assicurare poi alla città di Napoli la donazione della “Caracciolo” dal Ministero della Marina. Radiata nel 1907 dall’albo dei legni naviganti, dopo vari passaggi legali e legislativi, la nave fu adibita ad asilo il 23 giugno 1912 e fu inaugurata quasi due anni dopo nell’aprile del 1913. Alla realizzazione del progetto contribuirono personalità dell’epoca, Enrichetta Chiaraviglio Giolitti, Antonia Persico Nitti, David Levi-Morenos e altri ancora.

La “Caracciolo” fu così destinata ad accogliere sia gli orfani dei marittimi che i fanciulli abbandonati di Napoli – “pericolati e pericolanti” come li descriveva il linguaggio criminologico del tempo, ma meglio noti in Italia e nel mondo con l’appellativo di “scugnizzi“. Nel corso di 15 anni – tra il 1913 e il 1928 – la Nave Asilo accolse circa 750 bambini e ragazzi sottraendoli a una condizione di abbandono e restituendoli a una vita sana, civile e dignitosa. L’artefice di tutto questo fu appunto, Giulia. Il corpo insegnante che collaborò con l’educatrice a bordo della Nave, era composto da personale tecnico messo a disposizione dalla Marina e da insegnanti nominati dal Comune di Napoli. Giulia Civita Franceschi avviò la sua opera nell’agosto del 1913 e alla fine di dicembre dello stesso anno ella aveva accolto già 51 ragazzi.

L’originale esperimento educativo definito “sistema Civita” richiamò l’attenzione e l’ammirazione di studiosi, raccogliendo parole di grande apprezzamento anche da parte di Maria Montessori e di numerosi studiosi italiani e stranieri che visitarono la nave in quegli anni restando entusiasti dei risultati raggiunti. All’inizio degli anni Venti una delegazione del governo giapponese visitò la “Caracciolo” per trarne spunti da applicare nella riforma scolastica del proprio Paese. Né mancarono per Giulia i riconoscimenti ufficiali come, ad esempio, la medaglia d’oro ricevuta dal ministro dell’Istruzione Antonino Anile nel 1922 ed altre onorificenze.

Nonostante l’ampio apprezzamento, nel 1928 Giulia Civita Franceschi fu estromessa dalla direzione della Nave Asilo “Caracciolo”: il regime fascista, infatti, nel suo intento totalitario, volle inserire questo istituto nell’Opera Nazionale Balilla, stroncando così definitivamente questa e tutte le altre iniziative in cui era coinvolta Giulia Civita Franceschi.

Negli anni successivi fino alla fine della guerra, Giulia condusse una vita ritirata, ma non inattiva: oltre che agli affetti familiari dedicò il suo impegno a valorizzare la memoria del padre curando la pubblicazione di scritti sull’artista e cercando di trovare una sistemazione per le opere invendute. Dopo la guerra prese parte a Napoli al nascente movimento femminile dell’UDI (Unione Donne Italiane), impegnandosi in campagne giornalistiche per porre all’attenzione della società e della politica il problema dell’infanzia abbandonata che si ripresentava come una piaga sociale irrisolta ed aggravata dalle conseguenze del conflitto.

Fu coinvolta nuovamente in un progetto per aiutare i bambini abbandonati da due donne e intellettuali napoletane, la giornalista Lieta Nicodemi e la vicepresidente del CAF (Centro Attività Femminile) e direttrice del mensile “Solidarietà”, Olga Arcuno.

All’indomani del secondo conflitto mondiale, esse si proponevano di sollecitare per l’infanzia derelitta di Napoli, un intervento pubblico ispirato al modello educativo della “Caracciolo”. Giulia Civita, nonostante i torti subiti e le amarezze sofferte, rispose con grande senso di responsabilità, fornendo una convinta e appassionata esposizione del suo metodo, illustrandone i risultati e sollecitando a non lasciar appassire il seme di un’esperienza tanto feconda, nel corso di un suo intervento nella conferenza organizzata dalle due donne nel 1947. Giulia Civita Franceschi morì il 27 ottobre 1957, nella sua casa di Posillipo all’età di 87 anni. Al suo funerale quattro dei suoi ragazzi – Buono, Di Iorio, Aubry e Ernani – vollero portare a spalla la sua bara, molti altri la accompagnarono all’estrema dimora; un istante prima di morire aveva detto al figlio “AEI se ne va” (AEI Sono le tre vocali dell’alfabeto con le quali i “carracciolini” si rivolgevano affettuosamente a Giulia, non di rado la chiamavano anche “mamma AEI “).

Il metodo

Il “sistema Civita” è un metodo educativo originale, incredibilmente all’avanguardia ed attuale anche ai giorni nostri. È un metodo specifico adatto al recupero e all’integrazione di minori a rischio di delinquenza, basato, non sui criteri della “correzione”, ma sui principi dell'”educazione”, che pone al centro i valori della dignità legata al lavoro, della solidarietà e degli affetti.

Il bambino è visto attraverso una concezione olistica, come unità psicofisica con la conseguente valorizzazione  del gioco come strumento formativo, ai fini della crescita del corpo e dello spirito, definendo i seguenti principi basilari del suo sistema:

1) Il principio della disciplina come autodisciplina, cioè come “responsabilità” e “interiorizzazione della norma” che non richiede, pertanto, il ricorso ad un sistema “estrinseco” di premi e castighi: nel “sistema Civita” l’adulto educatore più che dare ordini e comandi, consiglia, aiuta, stimola, svolge una funzione di sostegno e di aiuto nei confronti degli allievi impegnati in un processo che è sostanzialmente di autoeducazione.

2) La valorizzazione della dimensione comunitaria: la Nave Asilo costituisce una comunità familiare e formativa nella quale crescere e vivere una vita risanata, nell’affermazione dell’interdipendenza tra educazione morale ed intellettuale.

Questi principi, in linea con le più avanzate elaborazioni pedagogiche del tempo, si intrecciano con intuizioni particolarmente geniali che la più avanzata ricerca psicopedagogica del Novecento ha successivamente evidenziato e teorizzato:

1) la valorizzazione in termini educativi dell’amicizia tra pari e del rapporto intergenerazionale tra ragazzi di età diverse rinvia ai principi della cosiddetta “peer education”;

2) l’importanza del rapporto con gli animali (i cagnolini Totò e Frufru della “Caracciolo”) per il superamento delle “lacerazioni” affettive subite dai bambini abbandonati e dell’educazione dei sentimenti è stata valorizzata nelle recenti esperienze di “pet therapy”;

3) l’invito rivolto ai “caracciolini” a raccontare la propria esistenza prima dell’inserimento nella Nave Asilo “Caracciolo”, che si traduce nell’elaborazione di testi di tipo autobiografico intitolati “Racconto della mia vita” costituisce una chiara anticipazione dell’utilizzazione della “narrazione autobiografica” come percorso di ricostruzione consapevole della propria identità.

4) Il carattere fortemente innovativo dell’esperienza della Nave Asilo “Caracciolo” appare in tutta evidenza nel percorso di formazione professionale come strumento di crescita, di definizione dell’identità, di conquista dell’autonomia intellettuale e morale: la dignità della persona, la cittadinanza e il lavoro sono, nel “sistema Civita” un trinomio inscindibile. 

L’esperienza sulla nave, inserisce il lavoro nello spirito della comunità nella quale ognuno deve acquisire la coscienza della propria responsabilità e del bene comune: individuo e società sono infatti inseparabili ed il processo educativo è di base per l’assetto democratico,  che ha le sue radici nel pensiero illuministico del  Filangieri ed è annunciato nella Dichiarazione d’indipendenza Americana: “la ricerca della felicità” personale che è inscindibile dal raggiungimento del bene collettivo.