La Bellezza salverà Napoli: interviste a napoletani, per nascita o per scelta, che producono Bellezza

Il Palmares del judoka

Un grande sportivo, un validissimo esempio per i giovani, un emblema della Napoli migliore: Giuseppe Maddaloni, da tutti chiamato Pino, ha vinto tantissimo, nella sua vita di judoka. Per ricordare solo qualcosa, del suo Palmares: Campione olimpico a Sidney nel 2000, quando viene nominato anche Commendatore dal Presidente della Repubblica Ciampi, due Ori agli Europei, un Oro ai Giochi del Mediterraneo, un Oro alla Coppa del Mondo a Mosca nel 2002, due Medaglie d’Argento, due di Bronzo… e poi allenatore della Nazionale e ora arbitro internazionale.

Chi è Pino Maddaloni

«Sono nato a Miano, e cresciuto nella periferia nord di Napoli, tra Miano, Secondigliano e Scampia. La mia gioventù l’ho trascorsa nelle Vele. Non sono stato migliore di altri ragazzini, ma più fortunato. Sono stato determinato e pronto a sacrificarmi e lo sono ancora! Ero in una zona dove non c’era niente, nemmeno una salumeria, figuriamoci la metropolitana: prendevo ben tre pullman per andare ad allenarmi! Ecco, questo dovrebbe essere un esempio: facendo i sacrifici si raggiungono gli obiettivi

E quando lo invito a descriversi, lo fa così: «Io sono un judoka, sono un Maddaloni e sono napoletano. Sono un judoka e quindi ho una struttura, dei valori forti come colonne che mi guidano nel percorso della vita. Sono un Maddaloni, e devo tanto ai miei genitori che mi hanno cresciuto con una disciplina severa. E poi sono napoletano, orgoglioso di esserlo e di essere rimasto a Napoli. Devo tanto a questa città per quello che mi ha dato da giovane, perché Napoli forma il carattere, dà la fantasia. Oggi, forse, mi toglie, o comunque non mi offre tanto…»

Gianni: papà e maestro

Il papà di Pino, Gianni, che tutti conoscono come il Mae’, è papà anche di Marco e Laura, che pure sono campioni di judo, ed è un uomo tenace e fattivo: la sua palestra, Judo Star, è un faro per la formazione, le regole, la legalità, l’alternativa sana alla peggiore strada che si trova a Scampia. «A mio padre devo tanto: con frasi semplici ma essenziali mi ha insegnato cose fondamentali. “Prenditi il meglio da tutti”, mi diceva, “Se c’è qualcosa che puoi imparare da altri maestri, fallo!”, e poi mi ripeteva sempre “Ascolta quelli più grandi di te!”». Ma la cosa più speciale che ha ricevuto dal papà è stato il tempo: «Ho avuto la fortuna di avere un genitore che si è dedicato a me costantemente, tutti i giorni per tanti giorni, e che mi ha fatto capire che la strada corta non è quella giusta… insomma, mio padre mi ha insegnato come bisogna vivere!» E quando gli chiedo quale sia, oggi, il suo ruolo nella palestra Judo Star, non esita un istante: «Faccio quello che vuole mio padre! Faccio quello che dice lui, nulla è cambiato.»

Il Valore del judo

«Come atleta, come allenatore e come arbitro, qual è il valore che hai sempre presente?»  

«Il rispetto delle regole, e quindi la lealtà. Ecco perché il judo è uno sport che può salvare la vita! L’istruzione è importante, certo, ma dopo ci deve essere anche lo sport, ed è per questo che, di mia spontanea volontà, giro nelle scuole per parlare ai ragazzi. È un modo per esprimere il mio senso di appartenenza a Napoli… Solo con i buoni esempi, si può creare una città migliore. Il problema è anche che i napoletani eccezionali non si riuniscono per fare gruppo, a differenza della camorra…»

Pino e Napoli

A luglio Pino spegnerà 43 candeline, è papà di due bambine e può essere molto orgoglioso dei successi raggiunti. Quando gli chiedo cosa ancora desidererebbe, la risposta è di una semplicità disarmante: «Vorrei restare nella mia città e vedere che la vita migliora, soprattutto per i giovani: che abbiano un’esistenza più tranquilla e con maggiori possibilità di lavoro.»

Ce l’ha molto con i media, Pino, che «non dovrebbero passare solo un’immagine negativa di Napoli. È assurdo che io arrivi in Russia o in Germania, e che lì conoscano la mia città solo grazie a serie tv che la dipingono come una zona di guerra. E Gianni Maddaloni che ogni settimana gira l’Italia facendo vincere medaglie ai suoi scugnizzi? Questo non dovrebbe avere la giusta pubblicità?».

Coerentemente col suo pensiero ed esprimendo ancora una volta l’attaccamento alla sua terra, quando gli rivolgo la mia solita ultima domanda, «Qual è, secondo te, la cosa che più manca a Napoli per vivere meglio, o bene?», ci pensa giusto un attimo e poi mi risponde: «Manca organizzare la vita dei giovani. Solo scuola e famiglia non sono sufficienti: c’è bisogno di un gioco che si chiama sport, di un gioco che si chiama musica, di un gioco che si chiama teatro… di un gioco che si chiama lavoro!».

Luciana Pennino