“La Bellezza salverà Napoli“: interviste a napoletani, per nascita o per scelta, che producono Bellezza

Pittore e scultore napoletano, Paolo La Motta restituisce nelle sue opere un’enorme passione per l’Arte, dalla pittura pompeiana a quella del ‘600, fino al cinema e alla fotografia.

Con la Mostra Incontri sensibili: Paolo La Motta guarda Capodimonte”, prorogata fino al 15 Gennaio 2019, La Motta confronta il suo spirito artistico con quello di capolavori della tradizione pittorica italiana ed europea, conservati nel Museo.

Essere in un Museo come quello di Capodimonte… un’emozione straordinaria, immagino! Raccontaci il tuo incontro con il Direttore Sylvain Bellenger, un uomo di vedute ampie e sagge, che sta operando magnificamente per restituire il Reale Bosco ai napoletani e per avvicinare tutti, di più, all’Arte.

Tutto nasce in maniera spontanea, senza filtri e interessi di gallerie o altro. In realtà è successa una cosa molto rara: il Direttore aveva visto la mia scultura alla Sanità, quartiere che ama in particolar modo; circa tre anni fa il primo contatto, dal quale incominciò a interessarsi al mio lavoro; poi, visitatore frequente del PAN, si trovò per la mia personale “Passaggi”, nel 2017. Ricordo che per vedere con attenzione le giuste tonalità di colore sui dipinti, staccammo i quadri dalle pareti per osservarli alla luce del sole… La cosa più bella è che attraverso i miei lavori, lui riusciva a leggere chiaramente quali fossero le mie intenzioni e i miei obbiettivi, e i riferimenti alla pittura attraverso il tempo! Fu magnifico ritrovarci, insieme, in quelle illuminanti parole di Baudelaire sul concetto di modernità e sulla storia: “La modernità è il transitorio, il fuggitivo, il contingente, la metà dell’arte, di cui l’altra metà è l’eterno e l’immutabile”. Un’emozione grandissima per me, oltre al piacere di confrontarmi con il suo pensiero critico aperto a 360 gradi.

Ti cimenti nel tentativo di portare l’antico sul piano del contemporaneo, annullando così il senso del tempo e dello spazio: perché avverti questa esigenza di continuità, o meglio, di sintesi?

Credo che l’Arte non abbia tempo né formule né periodi peggiori o migliori: è un linguaggio, e deve essere utilizzata in quanto tale. Il linguaggio lo trovi quando hai qualcosa da dire, e in un  momento storico come questo, dove il tempo e lo spazio sono azzerati grazie alle informazioni e a strumenti come internet, la conoscenza si allarga e i linguaggi si incontrano, e poi, come diceva  Baudelaire, bisogna estrarre l’eterno dall’effimero: di conseguenza, passato e presente si incontrano. Bella e significativa è la frase del critico d’arte Fortunato Bellonzi: “Il presente senza passato è soltanto cronaca”.

Uomo alla finestra

Paolo La Motta appartiene alla Sanità e la Sanità appartiene a lui, intendendo per Sanità la zona del cuore storico di Napoli in cui vive da sempre, tra l’Orto Botanico, il Real Bosco di Capodimonte, Via Foria-Via Duomo e il Museo Archeologico.

È stato un terreno fertile per la tua ispirazione?

Uno dei luoghi in cui maggiormente mi identifico è Palazzo Sanfelice, alla Sanità appunto. È una sorta di simbolo del quartiere e la mia fortuna è stata quella di aver frequentato le elementari proprio in quell’edificio: il mio primo rapporto con l’Arte… Ricordo il mistero, e lo spazio articolato in modo quasi giocoso delle scale, i mascheroni e il giardino interno, una sorta di giostra, quella sua maestosa e intelligente bellezza che da sempre contrasta, purtroppo, con lo stato di abbandono in cui versa. Poi Porta San Gennaro: insomma alzare la testa e trovarsi l’affresco di Mattia Preti che, pur nella sua cattiva conservazione, mantiene un fascino straordinario. Crescere tra queste visioni è un privilegio e poi credo che trovarmi nella strategica posizione tra il Museo di Capodimonte e il Museo Archeologico sia stato per me determinante: benché abbia studiato al Liceo Artistico e all’Accademia delle Belle Arti, posso dire che questi due Musei abbiano costituito la mia vera formazione.

Genny: un nome proprio maschile che nasconde una storia speciale.

La vita incrocia l’arte sempre e comunque, anche quando non vuoi. Il volto di Genny è stato fonte di grande ispirazione per il mio lavoro: il polittico esposto a Capodimonte, che entrerà a far parte della collezione permanente del Museo, è unico nel suo genere. In esso ho voluto unire per la prima ed unica volta i due linguaggi che mi sono più consoni, ovvero la pittura e la scultura. L’opera è nata nel 2007, quando Genny aveva circa 10 anni ed era mio allievo ai corsi di ceramica che tengo ormai da anni in un istituto alla Sanità. Quel volto racchiudeva una storia profonda della città e delle sue persone; quella fisionomia echeggiava nelle tele del Seicento e nei volti di Mancini e Gemito e in tanta fotografia e cinema dei nostri tempi. Un polittico di solito racconta la storia di un santo o cose simili: io ho voluto raccontare la storia di un volto attraverso quattro tele e una scultura, dando un senso di sacralità a quel viso, con il suo incarnato argenteo e quella curiosa inquietudine che pervade precocemente quegli sguardi. Genny del polittico è Genny Cesarano, ucciso per sbaglio dalla camorra il 6 settembre 2015, in Piazza Sanità, all’età di diciassette anni.

Le definizioni sono di solito restrittive e rischiano di essere mortificanti. Preferisco che sia tu, Paolo, a parlare della tua Arte…

Credo che in pittura l’aspetto tonale sia una delle cose che prediligo, e da qui il mio amore per artisti come Emanuele Cavalli. Ma anche la tecnica compendiaria nell’uso del colore, che parte dagli encausti di Pompei per arrivare fino alle magie coloristiche del grande Domenico Morelli. Il senso delle inquadrature per me è importante: le riprese dall’alto o altre angolature con forti riferimenti al cinema e alla fotografia. Di fondamentale  valore è  il concetto che tra figurazione e astrazione non ci sono differenze: un dipinto, anche se figurativo, possiede le sue leggi interne, la sua architettura compositiva e la sua impalcatura tonale. La gestualità è un altro elemento che mi interessa molto: credo sia essenziale in contrapposizione a tanta pittura fotografica e sterile che circola da un po’ di anni e che impoverisce il concetto di figurazione, che è tutt’altra cosa.

Figura nel paesaggio

Hai raccontato che da ragazzo giocavi nel Bosco di Capodimonte e non riuscivi a saltare un muro di cinta… Mi sembra che oggi quel salto tu l’abbia fatto alla grande! Qual è il prossimo muro che vorresti oltrepassare?

Ci misi del tempo, allora, a saltare quel muro: ero rimasto da solo e tutti aspettavano me, finché il famoso coraggio della paura mi venne incontro… Il muro che oggi vorrei saltare è molto più alto e il salto lo vorrei fare insieme alla mia città: scavalcare il muro dell’indifferenza e dell’ignoranza, della superficialità. Vorrei tanto vedere valorizzare in pieno persone che meritano, e desidererei vedere artisti, finiti completamente nel dimenticatoio, collocati degnamente in musei e collezioni… Mi piacerebbe coinvolgere il meglio di questa città e dare finalmente importanza  al nostro patrimonio ancora troppo nascosto.

La gratitudine è un sentimento bellissimo e, ahinoi, desueto: a chi senti di voler rivolgere il tuo grazie, per l’uomo e per l’artista che sei?

Esistono persone speciali… mi piace sempre ricordare la figura di Padre Giuseppe Rassello, Parroco della Sanità negli anni veramente bui, della Napoli post terremoto dell’Ottanta. Era uno spettacolo atroce: quartieri come la Sanità completamente abbandonati a loro stessi, in ostaggio della camorra e della squallida borghesia napoletana rappresentata dai politici del tempo. Rassello è stato un vero e proprio Don Milani, e devo a lui tanti stimoli allo studio dell’arte. Esprime una figura di intellettuale rarissima, tanto che nella mostra a Capodimonte ho voluto una sua frase sulla parete: “Ed imparerai, con dolore, che la Sanità è uno di quei posti dove l’umanesimo o diventa umanità o muore”.

Napoli ha riconosciuto, negli anni, il tuo valore; tu riconosci a Napoli il suo, oltre a darle atto dei tanti stimoli che ha fornito alla tua Arte. Qual è, secondo te, la cosa che più manca a Napoli per vivere meglio, o bene?

Credo che a Napoli manchi una vera e propria coscienza del proprio valore; una città ancora confusa con la cartolina e l’oleografia, di cui molte cose rimangono nell’ombra. È una città provinciale che pensa che il meglio venga sempre da fuori, e non riesce ancora a capire l’importanza dei suoi tesori, delle sue straordinarie risorse umane. La colpa credo sia di una borghesia gretta e molto ricca, completamente ignorante, piena di luoghi comuni che la consolano e la  rassicurano, ma che fanno tanto male alla città. E ancor più grave è il fenomeno della strumentalizzazione del sociale: associazioni di carattere sociale crescono come funghi ma si esprimono molte volte in termini che sanno più di elemosina che di vero aiuto. E intanto ci sono luoghi ancora fermi ai tempi della Serao… Basta incamminarsi verso Via Cristallini o nei meandri di Via Santa Maria Antesaecula: la triste realtà del basso esiste ancora e convive con il pullulare di B&B che la buona borghesia, che abita altrove, fa prolificare per i propri interessi e nulla più.

 

Luciana Pennino