“La Bellezza salverà Napoli“: interviste a napoletani, per nascita o per scelta, che producono Bellezza

Ottant’anni compiuti l’agosto scorso, Padre Alex Zanotelli è un missionario comboniano nato in un piccolissimo centro della Val di Non, in provincia di Trento, e naturalizzato napoletano, del quartiere Sanità, dal 2004.

Ha vissuto a lungo in Africa, assumendo posizioni marcate per difendere le parti più deboli della popolazione. Ha sempre inteso la sua missione non solo come opera evangelica ma anche come profondo e attivo impegno politico e civile, cosa che gli ha procurato molte difficoltà. Autore di numerose pubblicazioni, direttore di riviste, ideatore della Rete Lilliput.

Grazie alla disponibilità della gentile dottoressa Felicetta Parisi, che cura le PR di padre Alex, visto che lui ha bandito dalla sua vita il telefono cellulare, mi metto in contatto per una chiacchierata che al sol pensiero mi emoziona.

Quali considera le tappe più significative del suo percorso esistenziale?

Quando fui direttore della rivista Nigrizia (ndr: 1978), ho dovuto fare un attacco molto forte alla politica estera italiana, alla mala cooperazione italiana e alla vendita d’armi, che avveniva con l’approvazione del nostro governo, al regime dell’apartheid in Sud Africa e ai regimi di altri paesi, non soltanto africani. Questo ha portato a uno scontro molto duro con i partiti dell’epoca al governo, che fecero pressione sul Vaticano affinché me ne andassi, e così dovetti lasciare Nigrizia. È stato però un periodo che mi ha aiutato a leggere in profondità le situazioni sia in Africa che nel resto del mondo, e ad avere una capacità di interpretazione che non avevo prima.

Un secondo passaggio estremamente importante è stato ritornare in Africa, andando a vivere dove c’è la gente più povera, scegliendo la baraccopoli di Korogocho, vicino Nairobi,  dove sono arrivato nel 1990: il mio pensiero è radicalmente cambiato e ho cominciato a leggere la realtà partendo dagli ultimi, dagli impoveriti.

Come definisce la sua condizione di vita oggi?

Io sono un missionario e ritengo che la missione oggi sia una missione globale: si cammina con i poveri del sud e del nord del mondo per annunciare la buona novella, per rimettere in discussione un sistema economico-finanziario che crea sempre più povertà e sempre più disagio. In nome del Vangelo che ho ricevuto, quindi, la scelta di rientrare in Italia, a Napoli, è stata proprio in questo senso: convertire la mia tribù bianca. Ricordo l’ultimo episodio che ho vissuto nella baraccopoli, quando mi hanno dato l’addio: la gente mi ha imposto le mani e un ministro della Chiesa indipendente africana ha pregato su di me, invocando lo Spirito affinché io potessi tornare alla mia tribù bianca e convertirla.

Perché ha scelto Napoli?

Innanzitutto ho scelto il Sud Italia, perché paga per lo sviluppo del Nord, e ho preso in considerazione tre città: Bari, Palermo e Napoli. Ho colto subito che i problemi sociali più grossi erano certamente a Napoli, e quindi ecco perché sono qui.

Una delle sue battaglie più convinte e senza fine è quella contro la privatizzazione dell’acqua. L’avrà detto già tante e tante volte… perché?

Quando nella baraccopoli andavo a comprare l’acqua col mio bidoncino e vedevo quanto essa costasse ai poveri, ho compreso quanto sia centrale il problema dell’acqua. È l’elemento fondamentale per ogni essere umano ma oggi il grave è che andiamo verso il surriscaldamento del pianeta: avremo sempre meno acqua e questo, soprattutto per i poveri, sarà un dramma enorme. Se arriviamo alla privatizzazione, chi ha i soldi, paga e sopravvive, chi non ha i soldi è destinato a morire, e questo non lo posso accettare. Ecco perché Papa Francesco, nel Laudato si’, ha definito l’acqua un diritto alla vita.

Cosa pensa quando incontra gli africani sbarcati in Italia?

Penso che sono nostri fratelli che stanno soffrendo enormemente: scappano o per ragioni di guerra o per fame o per cambiamenti climatici o per fuggire da dittature presenti in quella terra, quindi da situazioni disastrose, e hanno bisogno di essere accolti. Noi dobbiamo incominciare a capire che in questo mondo o ci accogliamo o siamo destinati a sbranarci vicendevolmente.

Con quale animo vede la deriva xenofoba attualmente presente in Italia?

Sono molto, molto preoccupato. Questo è proprio uno dei punti nodali del mio lavoro missionario in Italia: la difesa ad oltranza di questi nostri fratelli e sorelle che arrivano sulle nostre spiagge. Ovunque, oggi, c’è un rifiuto di questi disperati della storia: noi bianchi, che abbiamo colonizzato il mondo, adesso abbiamo paura che altri popoli emergano mentre noi crolliamo. La paura ci porta al rifiuto dell’altro.

Cosa, o chi, è per lei Dio? Me lo spieghi come farebbe con un bambino…

L’unica spiegazione che io posso dare di Dio, come cristiano, è ricavabile dal termine Abbah: così, il “povero” Gesù di Nazareth, chiamava Dio. Abbah non è padre ma papà. Gesù parlava di Dio come di un papà e di una mamma, e questo affetto è l’unica maniera per poter spiegare anche a un bambino chi sia Dio: Dio è Amore, un amore che avvolge misteriosamente tutto il creato. In termini umani, lo possiamo capire pensando come, proprio i bambini, si sentano con i loro papà e le loro mamme: ecco, così dovremmo sentirci noi con questo mistero che ci circonda.

“Vi vorrei pregare, con tutto il cuore, di avere il coraggio di una scelta radicale di nonviolenza. Questo sistema è violento per natura. Noi dobbiamo costruire un sistema nonviolento, una civiltà della tenerezza.” Sono sue parole, padre Alex. Ma mi dice come si fa, a basare il nostro quotidiano sulla tenerezza?

Non è facile rispondere… La tenerezza viene semplicemente dall’accoglierci, così come siamo, con difetti e debolezze, che è la cosa più difficile, e soprattutto accogliere l’altro, diverso da me e, proprio per questo, fonte di ricchezza. È un altro concetto fondamentale che facciamo una fatica enorme a capire ma che rimane per me basilare se vogliamo fare un salto di qualità. Gli indios ecuadoriani, che hanno realizzato la sciarpa simbolo, con tutti i colori, che io indosso sempre, ci insegnano che se tutte le culture, tutte le civiltà, tutte le religioni, tutte le razze riescono a intersecarsi, noi avremo quello che il grande vescovo di Molfetta chiamava la convivialità delle differenze.

Tutte le mie interviste si concludono con questa domanda: qual è, secondo lei, la cosa che più manca a Napoli per vivere meglio, o bene?

Anche questa è una bellissima domanda! Penso a quello che avverto vivendo al rione Sanità… trovo assurdo che in una città così bella come Napoli, e il Signore ci ha fatto una grande grazia a donarci una città tanto bella, ci siano due Napoli: la Napoli bene e la Napoli malamente. La zona ricca e le periferie, quelle interne, al centro, e le periferie esterne: due città che non vogliono incontrarsi… non è concepibile vivere in questa maniera!

E poi… i napoletani devono recuperare la capacità di reagire, di mettersi in piedi, di portare avanti i propri diritti. La gente del Sud ha nei secoli subìto regimi pesantemente oppressivi, riuscendone a uscire ma ognuno per sé, senza trovare soluzioni collettive. Don Milani diceva che uscire dai problemi da soli è avarizia, uscirne insieme è politica. Ecco, questo è il passaggio fondamentale che deve essere fatto… Purtroppo, a tale individualismo storico napoletano si aggiunge, in questi ultimi trent’anni, l’individualismo che viene dalla società consumistica che ci atomizza. Quindi, la maggiore difficoltà che vedo è l’incapacità dei napoletani di mettersi insieme, di dare risposte collettive, di fare politica seria.

Luciana Pennino