“La Bellezza salverà Napoli“:

interviste a napoletani, per nascita o per scelta, che producono Bellezza

No no no no, niente voli speciali

e neanche traversate intercontinentali

per arrivarci basta solo la Cumana

Nisida è così vicina così lontana

(E. Bennato)

Viso dolce, espressione rassicurante, sguardo intenso di chi conosce il dolore e lo affronta con determinazione, il Dottore Gianluca Guida è da più di vent’anni alla guida dell’Istituto Penale Minorile di Nisida.

Come canta Bennato, Nisida, questa isola-non isola, è vicina a Napoli ma non accessibile, proprio perché sede del Carcere, tranne che in occasioni speciali. Il “modello Nisida” è considerato dalla Commissione  europea un esempio da seguire.

Capiamo subito, allora, in cosa consiste questo modello, Direttore.

Dare importanza alla cura, delle relazioni e dei rapporti umani: questo è lo stile d’azione degli operatori dell’IPM di Nisida. Le nostre azioni dipendono direttamente dalle nostre emozioni. Se riusciamo a mitigare le emozioni antisociali, con ogni probabilità riusciremo a temperare i comportamenti antisociali.

Quanti ragazzi ospita il carcere e quali sono i reati per i quali sono dentro?

La presenza giornaliera media si attesta su 64 unità, la maggior parte maschi, napoletani, giovani adulti. Per quanto riguarda gli stranieri, si tratta generalmente di ragazzi e ragazze di etnia rom, di origini serbe, croate o rumene, spesso nati in Italia. Vi è poi una parte residuale di ragazzi nordafricani. I delitti prevalenti sono contro il patrimonio (rapine), commessi in forma aggravata, e contro la legge sulle sostanze psicotrope (spaccio). Il 10%  sono delitti di omicidio (tra tentato e  consumato). Per quanto concerne la posizione giuridica è sempre prevalente l’utenza in espiazione pena rispetto a quella  in custodia cautelare o in  posizione giuridica mista.

Uno degli elementi principali della cura e del recupero dei detenuti in generale è quello di renderli consapevoli e sicuri di capacità altre, da mettere in campo a fine detenzione.

Negli ultimi anni il lavoro in carcere ha prodotto grande estrosità e fantasia, come i  vini Fuggiasco  e Fresco di galera, l’abbigliamento Codice a sbarre o Made in carcere, le uova al Cappone, il caffè Lazzarelle o i prodotti di bigiotteria  A mani libere. Tuttavia il nostro Istituto, all’assioma lavoro=recupero del detenuto, preferisce la linea della  terapia occupazionale. In questa prospettiva abbiamo impostato tutte le attività rivolte ai minori secondo il modello laboratoriale, i cui valori fondanti sono la sinergia, l’integrazione delle diversità, l’orientamento allo scopo comune,  più che l’incentivazione della capacità di generare reddito.

Se il capo è sicuramente importante, è l’equipe tutta che ha reso e rende valida una struttura come l’Istituto di Nisida.

Nisida in questi anni ha visto crescere una grande squadra di lavoro che ha saputo integrare le diversità senza mai perdere la centralità dell’attenzione ai bisogni dei ragazzi.

Cosa accade, secondo la sua esperienza, nella sfera psicologica dei ragazzi?

Il modello maschile oggi è per questi ragazzi quello di una identità dominante, prepotente e aggressiva, fatta di ribellione, voglia di autodeterminazione e insofferenza alle regole. La non adesione al modello comporta l’esclusione dal gruppo e la stigmatizzazione dei pari, per cui quei ragazzi che non riescono a reggere il confronto con il modello, scaricano la tensione in comportamenti violenti e autodistruttivi, nel consumo di alcool e droghe, oppure nell’auto-aggressività. Ne viene fuori una forma nuova di disagio che ha la sua radice nell’ansia performante. Ed è così che l’aggressività diventa violenza incontrollata e quindi disagio psicologico.

Quando le capita di provare sconforto perché vede rientrare qualcuno di loro, o perché, peggio ancora, viene a sapere che l’evoluzione della sua vita non è stata felice, come riesce ad andare avanti, e sempre con la stessa ostinazione?

I ragazzi di Napoli non corrispondono più all’immagine oleografica dello scugnizzo, le loro esperienze di vita sono assai più dure e violente. A Nisida li ho visti ritrovare la voglia di comunicare, di mettersi in gioco, di recuperare tempi e modi di un’adolescenza mal vissuta. Ciascuno con la propria storia personale e familiare, fatta di legami spezzati, di dolori celati, di ansie e di desideri insoddisfatti ha percorso con noi un tratto della sua strada.

Ogni volta non ho potuto non pensare al loro destino. E si è rinforzato in me il desiderio di continuare a battermi per offrire loro occasioni per riappropriarsi della speranza. Sono certo che per tutti noi questa esperienza ha contribuito ad esiliare dai nostri pensieri l’espressione “non mi riguarda”… e a rinforzare il desiderio di essere insieme promotori di un cambiamento, malgrado i fallimenti. Abbiamo commesso sicuramente alcuni errori; di certo, però, abbiamo lavorato tanto, a cuore aperto e con i piedi per terra!

Come riesce a non farsi coinvolgere completamente dal suo lavoro, in modo tale da essere anche un marito e un padre presente e attento?

Il mio lavoro è sempre con me e la mia famiglia ha sempre imparato a condividere speranze e delusioni di quanto accade a Nisida. Ho portato i mie figli in Istituto sin dai loro primi anni di vita perché volevo che loro conoscessero da vicino quelle persone che altri gli avrebbero potuto presentare loro come “nemici”.

Essere padre in questi anni mi ha insegnato a non giudicare gli errori degli altri. Sulla mia stessa pelle ho sperimentato quanto sia difficile essere genitore, e questo mi ha permesso di essere un osservatore indulgente verso i genitori dei ragazzi che arrivano a Nisida, che pure errori hanno commesso. Ci sembra che potremmo fare sempre qualcosa di più, di meglio o almeno di diverso. Nessuno ci insegna a non sbagliare. Imparare a non giudicare gli altri mi ha insegnato a essere più indulgente anche con me stesso nel mio ruolo di padre.

Un ulteriore progetto che vorrebbe dedicare ai suoi ragazzi?

Il rifiuto di chi appare diverso o in difficoltà, la legittimazione della violenza come meccanismo per acquisire potere in contesti di gruppo, la prevaricazione come strumento compensativo di problemi personali profondi e/o via d’uscita nelle relazioni conflittuali, come ho detto, sono fenomeni in crescita. Da tempo, con il Progetto Integra, curato dalla diocesi di Pozzuoli, stiamo accarezzando l’idea di creare uno spazio privilegiato di ascolto per questa tipologia di bisogni.

La domanda con cui chiudo sempre queste interviste è: “qual è, secondo lei, la cosa che più manca a Napoli per vivere meglio o bene?”. Nel suo caso, la modifico in: qual è la cosa che più manca a Napoli affinché i ragazzi di Nisida tornino a vivere meglio o bene, dopo la pena?

All’interno dell’Istituto penale per minorenni di Nisida campeggia un murales in ceramica. Sono novecentosessanta mattonelle, di vari colori sgargianti, che riportano i nomi delle vittime innocenti della criminalità organizzata censite dall’associazione “Libera: nomi e numeri contro le mafie”. Il titolo del murales è “L’etica libera la bellezza”. Riflettendo su questo slogan, da tempo ho maturato la convinzione che anche la cultura dell’ambiente e della sua cura incide in maniera qualificativa sulla formazione di una coscienza etica; da qui, l’idea che la bellezza possa aiutare a liberare un pensiero etico e il bisogno di ripensare gli ambienti di vita, gli spazi, i quartieri da cui provengo i ragazzi che a Nisida arrivano.

E poi c’è un altro aspetto che mi è particolarmente caro. Nell’enciclica Laudato si’ (ndr: https://it.wikipedia.org/wiki/Laudato_si%27), Papa Francesco sottolinea l’importanza di una nuova ecologia delle relazioni e sottolinea gli effetti devastanti dell’attuale modello di sviluppo e della cultura dello scarto sulla vita delle persone. In particolare l’esclusione sociale, la disuguaglianza, la frammentazione sociale, l’aumento della violenza, la perdita di identità sono tutti sintomi di una silenziosa rottura dei legami sociali. Insieme dobbiamo lavorare per ricomporla, affinché Napoli possa riscoprire la sua natura di città solidale.

Luciana Pennino