La Bellezza salverà Napoli“: interviste a napoletani, per nascita o per scelta, che producono Bellezza

Nato nel quartiere della Sanità, a Napoli, con la musica nell’anima sin da subito. Nella sua forgiatura artistica, il preziosissimo Maestro Roberto De Simone, nella cui compagnia è stato per ben 18 anni, e poi un’intensa attività, dal 1997 a oggi, nella Nuova Compagnia di Canto Popolare: Gianni Lamagna, apprezzatissimo interprete del genere popolare napoletano.

Studioso della vocalità, ricercatore dei brani della musica e della canzone partenopea meno eseguiti, ideatore di progetti, fondatore di associazioni e di gruppi musicali, Lamagna ha una discografia ricchissima ed è stato protagonista di innumerevoli concerti, rassegne musicali, recital e spettacoli, in Italia e all’estero. La traduzione in napoletano di 17 sonetti del Bardo, musicati e cantati, è la sua ultima fatica: un bellissimo album dal titolo Neapolitan Shakespeare.

Spirito arguto, musicista appassionato, una voce emozionante, da pelle d’oca, che catalizza l’attenzione del pubblico, e una vita artistica instancabilmente rivolta alla Bellezza. La prima cosa che mi dice, però, quando accetta con affettuosa e immediata disponibilità il mio invito, è “troverò il tempo per dirti della bellezza che vedo sempre meno”…

Delusione e amarezza per una sempre maggiore diffusione delle brutture?

Più che per la diffusione – le brutture le ho viste da sempre – l’amarezza viene per la trasversalità con cui vengono apprezzate. Non sai più con chi hai a che fare. Per fortuna ci sono persone, amicizie e affetti ben consolidati.

Ritornando alla Bellezza, la NCCP ha fatto conoscere a livello internazionale la musica popolare colta della tradizione campana: cosa continui a prendere a piene mani da un’esperienza artistica così privilegiata?

Innanzitutto l’esperienza umana. Da più di vent’anni la formazione è la stessa di quando sono entrato, siamo una vera famiglia, con i momenti e i tempi di chi vive insieme. Naturalmente non siamo scevri da discussioni e arrabbiature anche forti, ma poi riprendiamo a suonare e ci proteggiamo con tutta la libertà che ci arriva dalla musica e il canto.

In una carriera tanto piena come la tua, ci sono stati sicuramente anche momenti bui: come li hai attraversati, come li hai esorcizzati?

Attualmente si vive un ennesimo buio. E più si diventa grandi d’età più complicato diventa l’esorcismo, ma non mi spavento. D’altra parte quando si sceglie di fare il mestiere che ti piace e che, nonostante le avversità, è tra i più belli del mondo, bisogna mettere in conto gioie e dolori, buio e luce.

Dato che per te evidentemente il 17 non porta male, a giugno del 2015 hai pubblicato l’album Neapolitan Shakespeare  – diciassette17 sonetti musicati e tradotti in napoletano. Un’operazione eccezionale, un po’ pazzarella forse, e sicuramente frutto di un lavoro impareggiabile, di tanta ricerca e soprattutto di grande tenacia.

Il 17 è il numero che mi segna dalla nascita e che in molte occasioni  ritrovo davanti, dal compleanno al posto sull’aereo o in treno, da un debutto di quelli importanti, a momenti e storie personali che, guarda caso, si presentano proprio in un giorno “diciassette17”. Non avrei potuto sceglierne che 17 e iniziare a lavorare proprio da quel sonetto. Shakespeare è stato un balsamo lenitivo, una vera fortuna arrivata in un momento particolare. Un lavoro durato più di tre anni che mi ha impegnato molto e mi ha trasportato in un mondo di cui avevo bisogno. Tante volte hai la “famosa bellezza” a portata di mano, ma non ti è data vederla, perché è raccontata male, descritta peggio, e gli occhi e il cuore non si aprono. Shakespeare compie miracoli, parla la lingua più bella del mondo, la lingua di tutti, semplice e universale. I sonetti, poi, sono un risveglio dei sentimenti, appartengono alla vita di ognuno, uno specchio in cui ci si può vedere riflessi. Una vera frenesia scegliere il napoletano da mettere in bocca al bardo, portare la traduzione nella forma di canzone, comporre la melodia. Un grande, felice, divertimento.

Durante la tua densa attività artistica sono nati anche 5 figli: che rapporto hanno loro con la musica, e con la tua musica in particolare?

Suonano tutti e cinque ma solo i primi due fanno lo stesso mestiere del padre. Non saprei di preciso quanto abbia inciso la mia musica nella loro formazione, ma spero che approvino quello che faccio come musicista e le scelte che intraprendo. Per il resto sono io ad essere interessato alla loro musica ma più di tutto alla loro vita.

La parte di te per cui più ti apprezzi. La parte di te per cui non ti sopporti proprio.

Spero mi apprezzino gli altri. Personalmente devo solo occuparmi della parte insopportabile e sforzarmi di modificarla fino all’ultimo giorno di permanenza. È un duro lavoro, sto ‘nguajato assai. Ci provo, ma per tante cose la testardaggine e il mio talebanismo hanno sempre la meglio. Troppe scelte drastiche e impulsive, sono fatto di sangue, nel vero senso della parola. Emoglobina fuori valore dalla nascita.

Regalaci un tuo sentire profondo: descrivici quel che provi dinanzi a una platea di stranieri che applaudono la musica del patrimonio napoletano.

Sensazioni strane. Indubbiamente la soddisfazione è tanta quando un pubblico di un altro Paese o addirittura di un altro continente è felice e plaudente per il tuo lavoro, solo che all’estero c’è spesso troppa benevolenza nei confronti di musici e teatranti che arrivano dall’Italia, davvero troppa, anche per produzioni che meriterebbero accoglienze meno entusiaste. Il successo all’estero fa perdere il senso della misura. Più belli gli applausi in Italia e meglio ancora quelli della tua città. Peccato che di occasioni se ne creino sempre meno.

Un progetto, un sogno, una fantasia, uno sfizio che vuoi ancora dedicare a Napoli, la tua linfa vitale?

Non  vivo di aria, cibo e mare di Napoli, almeno coscientemente, ma forse il DNA è tuttavia impregnato delle cose buone della mia città, e sono quelle che cerco di evidenziare in ciò che canto e compongo. Attualmente lavoro con tre amici di sempre, Lello Giulivo, Anna Spagnuolo e Patrizia Spinosi, a un recital che partendo idealmente da Napoli gira un po’ mezza Italia e tocca pure musiche d’oltreoceano. Un vero “sfizio”, il vecchio, insanabile, sfizio del cantare, che quando lo si fa in quattro è ancora più contagioso. Si chiamerà “Paese Mio Bello, l’Italia che cantava e canta“, e debutterà per fine anno.

La tua città, le tue radici, il tuo esserne parte integrante: qual è, a tuo parere, la cosa che più manca a Napoli per vivere meglio, o bene?

Senso civico, amore e rispetto per la storia e la tradizione della città. Metà dei napoletani è priva di queste cose e sguazza nella maleducazione e nel folclore più orrendo scambiandolo per passione e “napoletanità”. I commercianti, non tutti per fortuna, e pure alcuni politicanti che si riempiono la bocca delle presenze record in città, spesso sposano le due cose e molti turisti vengono a Napoli anche per le brutture che intanto, ad “arte”, si sono trasformate in neapolitan style. Sta a noi non arrenderci a questo stato di cose, ma le scelte in tal senso costano care e chi dovrebbe dare esempio è cialtrone da sempre.

 

Luciana Pennino

Foto di Pino Finizio