La parola austerity fa storcere il naso a tutti.

Anche in italiano ha una accezione negativa. L’austerità evoca tristezza e scenari cupi non solo in economia e finanza pubblica.

Ma l’austerità è davvero così brutta come sembra?

Innanzitutto definiamo l’austerity nel contesto della finanza pubblica. Il vocabolo in se può significare

  • Aumento delle tasse (restrizione fiscale)
  • Diminuzione della spesa (tagli)
  • Diminuzione del deficit (tendenza al pareggio di bilancio)
  • Assenza di manovre espansive

Prima di passare all’analisi delle definizioni ricordiamo che il Pil di un Paese è la somma di tutta la produttività che quel Paese è in grado di monetizzare. Insomma il valore di tutti  i beni e servizi del Paese.

Trovandoci nella necessità di dover abbassare il valore del debito/Pil possiamo agire o diminuendo il debito al numeratore o facendo in modo che il Pil al numeratore cresca. Meglio ancora se le due cose avvengono in contemporanea.

Aumentare le tasse diminuisce il bisogno dello Stato di ricorrere a deficit da finanziare col debito, ma contemporaneamente fa abbassare il Pil. In quanto noi più tassati spendiamo di meno e magari qualche imprenditore decide di delocalizzare per sfuggire all’aumento dell’imposizione fiscale.

Ridurre la spesa attraverso tagli al bilancio aiuta lo Stato a risparmiare risorse. Anche questa manovra abbassa la necessità di chiedere prestiti e di fare deficit, ma agisce comunque sul Pil in termini di minore introito per quelle aziende che vivono degli acquisti dello Stato o delle risorse che lo stesso stanzia per gli investimenti.

Risultato dei due provvedimenti: lo Stato fa meno debito, ma incassa anche di meno. Il rapporto debito Pil scende ma lentamente è con grande sacrificio dei cittadini, come accaduto con il Governo Monti durante la crisi del 2011.

C’è da precisare che l’aumento dell’imposizione fiscale e l’effetto dei tagli sulla spesa son stati conseguenza comunque di alcuni provvedimenti messi in atto prima dell’inizio del governo tecnico. L’unica vera riforma effettuata prettamente dal governo Monti è stata quella previdenziale. La suddetta riforma era necessaria già da 20 anni a causa dell’inappropriato peso della spesa pensionistica sulle casse dello Stato (approfondisci), ma la sua impopolarità non avrebbe mai permesso a nessun governo eletto di portarla a termine.

Diminuire il deficit, ovviamente significa fare in modo di non aver bisogno di più soldi di quanti ne entrano nelle casse dello Stato. Un risultato che l’Italia ha portato a casa con successo dopo la crisi del 2011 anche grazie alle manovre fiscali messe in campo.

Ma allora perché abbiamo ancora tutti questi problemi col debito?

Dopo la pesante manovra a cui ci siamo sottoposti per dare un segnale di forza nella direzione dell’aggiustamento dei conti, non siamo riusciti ad amministrare bene le maggiori entrate che ne sono scaturite.

Dal 2012 il nostro Pil ha ricominciato a crescere, ma la politica è diventata troppo espansiva e questo non ci ha permesso di risparmiare.

Assenza di manovre espansive significa che se all’aumento delle entrate dello Stato, si riuscisse a mantenere la spesa costante o quanto meno a mettere in cassa una parte del maggior gettito, non ci sarebbe bisogno né di aumentare le tasse né di tagliare le spese.

I bilanci si risanano nei periodi di crescita resistendo alla tentazione di aumentare la spesa in linea con la crescita.

Esempio: se il Pil reale cresce all’1% e la spesa allo 0,50% non c’è alcun bisogno di manovre restrittive fiscali o sulla spesa. Il deficit diminuisce in automatico, c’è meno bisogno di fare debito e il Pil non ne risente.

La tendenza al pareggio di bilancio è la soluzione meno dolorosa rispetto alle altre ed è anche quella che, se fosse strutturale, ci porterebbe a risanare le casse dello Stato e a renderci virtuosi ed anche in grado di affrontare situazioni di emergenza economica.

Marianna Genovese – Consulente Finanziario certificato EFPA

mariannagenov@gmail.com

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