“Il debito pubblico italiano è poco sostenibile”. Ce lo sentiamo ripetere continuamente ogni qualvolta si parla di finanza pubblica.

La questione riguarda poco le regole UE e dei mercati finanziari, aldilà di quello che può essere lo spread, che pure pesa parecchio in termini numerici sulle nostre spese per interessi, e le regole di Maastricht riguardo al tetto del 3% che fondamentalmente non è mai stato perentoriamente rispettato da molti Stati Membri.

Abbiamo visto che un debito pubblico alto comporta minore competitività, e quindi minore crescita, e soprattutto minor spazio di manovra di bilancio in caso di crisi economiche come quella che ha portato il Covid 19. (approfondisci)

A seguito della crisi dei debiti sovrani del 2011 che riguardò l’Italia, la Grecia, la Spagna, il Portogallo e l’Irlanda, sono state messe in campo varie soluzioni per affrontare il problema e si sono studiate più ipotesi al riguardo.

La via più facile per diminuire il debito pubblico è il ripudio: ossia semplicemente rifiutarsi di restituire il debito.

La pratica è stata messa in campo diverse volte nella storia ed alcuni Stati, come l’Argentina, l’hanno ripetuta negli anni. In misura diversa e parziale, la stessa Grecia nel 2012 ha effettuato un hair cut, ossia una ristrutturazione del debito che corrisponde ad un ripudio parziale.

Il ripudio del debito ha come risultato l’immediata diminuzione del rapporto debito/Pil, ma comporta conseguenze.

La prima è una perdita di credibilità sui mercati finanziari.

Proprio come noi, se diventiamo insolventi, anche lo Stato avrà molta più difficoltà a reperire nuovi capitali sul mercato finanziario qualora ne avesse di nuovo bisogno.

Vi ricordo che solo il 30% dei Titoli di Stato Italiani è in mano ad investitori stranieri (approfondisci) e in questo 30% il 78% è costituito da paesi dell’area UE. Il restante 70% è composto da risparmiatori italiani e banche italiane.

Se lo Stato decidesse di non pagare il suo debito e diventare insolvente, lo scotto maggiore lo pagherebbero gli italiani in primis, attraverso la perdita di tutti i loro risparmi e le banche italiane che avrebbero seri problemi di liquidità come è accaduto nel 2008.

La nostra economia ne soffrirebbe moltissimo e il Pil crollerebbe rendendo meno efficace la misura della cancellazione in termini percentuali (ricordate che debito/PIL diminuisce più facilmente se il Pil è più alto) e soprattutto non potendo reperire capitali sul mercato si dovrebbero aumentare le tasse anche su quei risparmiatori che hanno perso tutto.

Inoltre, considerando che “gli stranieri” che detengono il nostro debito sono i nostri vicini in Europa, ed anche i paesi in cui esportiamo di più, anche le esportazioni e la bilancia commerciale ne soffrirebbero con ulteriore aggravio sulla crescita del Pil.

Ci sono però altre teorie e soluzioni in merito alla diminuzione del debito che analizzeremo nelle prossime settimane guardando anche a chi le ha già messe in campo e fatte funzionare.

Marianna Genovese – Consulente Finanziario certificato EFPA

mariannagenov@gmail.com

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