Abbiamo visto che quando uno stato ha un bilancio (clicca qui) negativo deve fare debito per coprire le spese correnti e straordinarie (clicca qui) per finanziarsi.

L’Italia ha usato questo strumento, in maniera costante per alcuni decenni (clicca qui) e ad oggi il nostro Paese è indebitato per circa il 140% del Pil. Questo eccesso di debito ha comportato qualche problema relativamente agli interessi da corrispondere agli investitori.

Troppo debito, soprattutto non finalizzato alla crescita, preoccupa chi compra i nostri titoli di Stato, perché potremmo diventare insolventi. Per questo motivo, gli investitori e il mercato pretendono interessi più alti.

La spesa per interessi in percentuale sul Pil si è notevolmente ridotta rispetto agli anni novanta, e lo sforzo degli ultimi anni di avere entrate superiori alle uscite al netto degli interessi (avanzo primario), è stato apprezzato.

Quello che pesa però, è il fatto che troppo debito pubblico rallenta la crescita del Paese e del Pil.

Ricordiamo che l’indicatore debito/Pil è una frazione. Questo significa che se pure il debito al numeratore non scende, quando sale il Pil al denominatore, il risultato della frazione è minore.

Ora c’è da fare una considerazione: se lo Stato mi paga buoni interessi per i suoi titoli, perché ha necessità di finanziarsi ad un interesse alto a causa della sua rischiosità, io investitore, invece di investire in produzione compro titoli di Stato per i miei risparmi e tolgo ossigeno alle aziende che invece sono il motore dell’economia in generale. Oppure se il debito è alto lo Stato ha necessità di tassarmi di più per recuperare più danaro e lo toglie ai  miei consumi che fanno crescere l’economia.

Questo drenaggio di risorse dall’economia si chiama “crowding out” e il processo porta, per un Paese indebitato al 120% rispetto ad uno indebitato al 60%, ad una crescita minore nel lungo termine dell 1% annuo (studio FMI).

Questo grafico (pre – covid) mostra infatti che i Paesi più indebitati al mondo (Italia e Giappone), sono anche quelli che crescono di meno.

C’è poi il problema della sostenibilità vera e propria del debito che facciamo.

Quando andiamo in banca a chiedere un prestito, il nostro reddito e le possibilità future di reddito, vengono valutate e ci danno un punteggio (rating) in base a questo punteggio, viene stabilito a che tasso ci verrà concesso il prestito (o mutuo).

Lo stesso vale per uno Stato. Se le entrate attuali e future non sono stabili e viste in crescita, il mercato richiede un tasso più alto (aumento dello spread). E se la crescita ha una battuta di arresto o addirittura si entra in recessione, il rischio di essere insolventi, porta alla crisi del debito come quella del 2011. In pratica nessuno vuole più prestarci soldi perché c’è il rischio che non vengano restituiti.

Un’ulteriore conseguenza di un debito sproporzionato, è il fatto che se si ha bisogno di aumentare la spesa dello Stato in un momento di crisi, c’è poco spazio di manovra per aumentarla.

E’ quello che abbiamo visto durante la crisi del Covid. Non abbiamo potuto attuare le stesse misure della Germania perché loro avevano la possibilità di spendere molto di più, essendo indebitati la metà di noi.

Marianna Genovese – Consulente Finanziario certificato EFPA

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