La Bellezza salverà Napoli: interviste a napoletani, per nascita o per scelta, che producono Bellezza

Quando comunicò alla madre, Rosa Moretti, soprano leggero e, per necessità, attrice di sceneggiata, la sua decisione di non proseguire gli studi dopo la terza media perché avrebbe voluto iniziare a fare teatro, fu messa sottochiave in camera sua, dove rimase in camicia da notte per un mese.

È così che inizia la storia di un’intera vita dedicata alla recitazione, quella di Luisa Amatucci, in arte Isa Danieli, classe 1937. Teatro, cinema, televisione, tra i tanti riconoscimenti tre Premi Ubu come miglior attrice, donna energica e volitiva, cuore palpitante della Napoli rappresentata in scena.

Una massa di capelli ricci, tranne quando li lega in uno chignon, sotto cui spiccano due occhi profondi. Cose queste di cui, purtroppo, non posso godere, visto che in tempo di COVID le interviste sono telefoniche. Mi avvolge, in compenso, la sua voce pastosa, affascinante, e la sua risata sincera che arriva al momento giusto per coinvolgere anche la mia.

«Ho imparato tutto sul campo, senza scuole, non sapevo nemmeno che esistessero, e poi, soldi non ce n’erano. Ho assorbito tutto il possibile osservando: quella è stata la mia scuola. Ho iniziato a guardare mia madre e gli altri attori della sceneggiata e poi, con Eduardo, mi avvolgevo nei sipari per vederlo in scena, senza farmene accorgere perché lui non voleva nessuno dietro le quinte. Le ingoiavo, le battute, quando lui recitava.»

«Mi sembra di capire che il suo sia stato un percorso artistico fatto di passaggi: dalla sceneggiata al teatro di Eduardo, da questo all’avanspettacolo, poi De Simone, Santanelli, Ruccello, Moscato…»

«Sì, perché non potevo fermarmi, dovevo imparare sempre altro

Eduardo non avrebbe potuto insegnarmi delle cose che erano diventate per me un’esigenza di crescita: l’utilizzo differente del corpo in scena e della voce, per esempio. Quindi mi buttai in una compagnia di avanspettacolo dove conobbi Umberto D’Ambrosio, in arte Trottolino, fantasista strepitoso nonché capocomico e impresario, e dove recitava Rino Marcelli, diventato in seguito un attore straordinario e che all’epoca abitava nello stesso palazzo in cui vivevo con mia madre e dove, per un bel caso del destino, sono tornata e in cui abito ancora ora.

Con l’avanspettacolo la mia paga era inferiore a quella che percepivo in compagnia con Eduardo, però lo accettavo pur di crescere e di arrivare dove, umilmente, sono arrivata, muovendo i passi piano piano. Cosa che i giovani oggi non fanno perché vanno tutti ‘e pressa!

Con Eduardo sono anche tornata, pensando forse di poter ottenere uno spazio maggiore, invece con lui funzionava così: firmavi un contratto senza sapere che ruolo avresti interpretato, quante battute ti sarebbero spettate; solo quando lui decideva la commedia da mettere in scena, si sapeva cosa ci sarebbe spettato, e alla commedia successiva nulla era dato per acquisito perché potevi anche avere un ruolo decisamente minore. Ma questo, con Eduardo, faceva parte del gioco

«Come si relazionava lei al Maestro?»

«Con lui ho avuto un rapporto diverso rispetto agli altri attori: entrata nella compagnia molto piccola, a 15 anni, non ne ho mai avuto paura, non avevo quel timore reverenziale che gli altri avevano nei suoi confronti; ero educata, certo, ma non ne ero intimidita. Se avevo bisogno di un consiglio, andavo da lui, bussavo e dicevo Diretto’, scusate, vi dovrei dire una cosa…»

«E nei vari passaggi c’è anche quello che l’ha portata al Maestro Roberto De Simone.»

«Per un lungo periodo mi sono preoccupata perché mi sembrava che non succedesse nulla di importante nella mia vita finché è arrivata, appunto, “La Gatta Cenerentola”, nel ‘76. Era uno spettacolo corale; alla fine c’era la scena della tarantata, io ero una delle lavandaie. Inizialmente mi rifiutai di farla perché pensavo di non riuscirci… troppo complicata! E invece Roberto insisteva “Tu la farai, sono sicuro che la farai”, e alla fine ha avuto ragione lui. E non solo ci sono riuscita ma da lì ha iniziato a girare il nome di Isa Danieli. Insomma, ho avuto il fiuto per le cose nuove… Ed è così che ho conosciuto anche Annibale Ruccello.»

«Infatti lei è stata Donna Clotilde Lucanigro, la baronessa borbonica del suo “Ferdinando”.»

«Con Annibale Ruccello abbiamo corso un rischio enorme: era il 1986, “Ferdinando” era, sì, un testo meraviglioso ma lui non era famoso e io non avevo ancora la solidità artistica da poterne garantire la riuscita. Accettai perché Donna Clotilde mi era piaciuta tanto e alla fine ci è andata bene; beh, non avrebbe potuto essere diversamente, con quel testo e quel personaggio straordinari. Ci abbiamo messo tanto, però, a ottenere il tutto esaurito nei teatri, anche perché Annibale morì e io fui costretta a metterlo in scena da sola, ripetendolo poi nel ‘96 e nel 2006.

Ho dovuto in qualche modo portare il peso di tutto, tranne che della produzione naturalmente, visto che ci sono stati produttori che hanno creduto nello spettacolo. A me è toccata la responsabilità degli attori, delle prove, rimettendo tutto in piedi dopo 10 anni dalla morte di Annibale. Non è stato certo facile però l’ho fatto con molta gioia e, anche in questo caso, con la voglia di fare cose nuove.»  

«Nonostante le enormi soddisfazioni, c’è stato anche un solo momento in cui avrebbe mandato tutto all’aria, optando per altro?»

«No, mai, mai! Sin da piccola non ho fatto altro che pensare a questo tipo di lavoro, e non uso a caso la parola lavoro: con la sceneggiata, facevamo tre spettacoli al giorno con una notevole fatica fisica, e lo stesso con le tournée di avanspettacolo: lunghi viaggi in autobus, nottate senza dormire, si mangiava poco, nei ristoranti qualcuno ordinava il primo e qualcuno il secondo e poi si divideva.

Una cosa che ho mandato all’aria per moltissimo tempo, invece, è stato il cinema, perché ricevetti delle avances da un agente… gli diedi uno schiaffo e me ne andai! E per anni non ho voluto che il cinema facesse più parte della mia vita, finché non ebbi un’opportunità con la Wertmüller: seppur con una piccola parte in “Film d’amore e di anarchia”, nel 1973, fui felice di lavorare con una regista di tale importanza. Della stessa regista, nel ’79 arrivò lo spettacolo “Amore e magia nella cucina di mamma”: un testo straordinario che Lina scrisse facendosi ispirare dalle vicende della saponificatrice Leonarda Cianciulli, un personaggio realmente esistito, e che tenne nel cassetto per me, ed esclusivamente per me, per tanti anni, fino al debutto al Festival dei Due Mondi di Spoleto

«Un notevole numero di personaggi femminili l’hanno vista interprete: Filumena Marturano di De Filippo, Regina Madre di Santanelli, Donna Clotilde di Ruccello, Luparella di Moscato, Celestina di Fernando de Rojas, Ecuba, Titania, una de Le Signorine insieme a Giuliana De Sio, la mammà di Giacomino e mammà, con la regia di Enrico Ianniello, che ha debuttato felicemente a Napoli e le cui repliche sono state bloccate dalle note vicende sanitarie. Da quale delle donne interpretate ha avuto maggiore difficoltà ad allontanarsi?»

«Un po’ da tutte: a fine tournée provo sempre un dispiacere, perché devo accettare di non ritrovare più quel personaggio a cui mi sono affezionata.»

«E c’è un personaggio che sogna di portare in scena?»

«Ho sempre desiderato tantissimo interpretare il personaggio di Medea, ma non è mai capitato. Ormai sono una donna anziana, eppure, visto che il teatro tutto può, qualche autore potrebbe anche scrivere una Medea per me…»

«Visto il momento particolare, non si può prescindere da un riferimento al teatro nel dopo covid: cosa immagina che sarà?»

«Sarà dura! Bisognerà inventarsi qualcosa di diverso per far sì che il teatro vada avanti. Non ho dubbi, però, e l’ho sempre affermato: il Teatro non morirà mai! Puoi farlo anche su una botte in piazza.»

«L’Amore, e parlo proprio di Amore sentimentale: che parte ha avuto e ha nella sua esistenza?»

«Una parte molto molto importante. Quando ho conosciuto mio marito, con cui c’è una bella differenza di età, non so se lei lo sa, 22 anni di differenza, pensavo che sarebbe stata una storia destinata a finire. “Tu si’ pazzo, ma vedi dove devi andare, non esiste proprio”, gli ripetevo, e ora sono 36 anni che stiamo insieme… anzi, lui mi corregge e dice “Per te sono 36 ma per me 37”, perché lui ha incominciato un anno prima a mettermi in croce! A me sembrava una pazzia legarmi a un uomo tanto più giovane finché a un certo punto ho ceduto, sicura che si trattasse di qualcosa destinata a passare… e invece a passare sono stati 37 anni! E da che per me era sempre venuto prima il teatro, dopo qualche anno dall’inizio della relazione con lui, la priorità è cambiata

«Quanto ride, signora Danieli?»

«Ah, per me ridere è importantissimo!» e giù con una delle sue risate contagiose.

«E cosa non tollera di se stessa?»

«Di me? Forse tutto! Perché certe volte sono impossibile, lo so. Sì, forse tutto, ma sempre con un sorriso. Diciamo che mi voglio un po’ di bene ma non assaissimo! Ma per fortuna c’è mio marito che mi ama!»

«Qual è la cosa che secondo lei più manca a Napoli per vivere bene o almeno meglio?»

«Domanda difficile… per vivere meglio ci sarebbe bisogno che i nostri comandanti trovassero una maniera diversa di governarci. Però dovremmo essere prima di tutto noi, a portare in giro il nome della nostra città in modo degno. Io l’adoro, ho un legame fortissimo con Napoli. Dopo venti anni a Roma non vedevo l’ora di tornare qui. Certo Roma è stata fondamentale per il mio lavoro ma appena abbiamo potuto, con mio marito, siamo tornati. Per me è la vita, e chi viene a Napoli, non s’ ‘a scorda cchiù e allora, anche dopo, deve parlarne bene!»

«Una sua frase è “Va bene ma con calma”. Che intende?»

«Che bisogna fare tutto con calma altrimenti anche quando arriva ciò che desideriamo, alla fine non ci dà soddisfazione. Dobbiamo metterci bene in testa quello che vogliamo e fare con calma tutto il possibile per ottenerlo. Io ho dovuto imparare a vivere così, visto che sono rimasta sola all’età di 21 anni, e tutto appare diversamente, se quello che ti arriva dalla vita è frutto dell’aiuto degli altri oppure di un tuo sforzo personale. Forse mia madre, ecco lei da su, da giù, da dove sta, mi ha aiutato.»

«E lei ha figli?»

«No, non sono venuti… ma i miei figli sono i copioni!»

Luciana Pennino

La foto di copertina è di Rino Palma, gentilmente fornita dall’autore per questa intervista.