Ha curato le scritture brevi della mostra #quantaluce perché Carlo Arace è un amico che stima e nel cui lavoro riconosce un talento artistico straordinario. Lui è Maurizio De Giovanni, conosciuto al grande pubblico per i suoi romanzi gialli ambientati a Napoli negli anni ’30 che hanno per protagonista il commissario Ricciardi.
Segue l’intervista.
«Lei ha curato le scritture brevi della mostra #quantaluce di Carlo Arace, che rapporto ha con il fotografo e quale contributo ha apportato, come scrittore, all’esposizione?»
«Carlo è un carissimo amico, quindi sono stato più che felice di collaborare con lui, cosa che, tra l’altro, avevo già fatto in passato. Conosco bene la sua sensibilità e la sua profonda intelligenza, quindi non è stato difficile trovare le parole giuste per descrivere i suoi scatti. Ho cercato di tradurre in parole il senso che ha voluto dare alle sue immagini su Napoli. Carlo è dotato di un modo di guardare la realtà così accorato, partecipe e dolce che fa di lui un artista particolare, assolutamente unico. Ed è questo il ruolo dell’arte, restituire la realtà sotto una nuova forma».
«Lei è un famoso giallista, ma prima di essere uno scrittore è sicuramente un lettore. Quali libri predilige e qual è il ruolo della lettura nella contemporaneità?»
«Sono innanzitutto un lettore, la scrittura è un elemento accessorio, leggere è primario. Per me è in assoluto una sensazione unica. Leggo di tutto e non ho preclusioni di genere, dalla narrativa alla saggistica. Perdere il gusto della lettura è quello che sta accadendo alle nuove generazioni con conseguenze molto gravi, perché la fantasia si esercita leggendo e solo la scrittura, al contrario dell’immagine, può aiutare a sviluppare l’immaginazione».
«Quali sono, se esistono, le regole per scrivere un buon giallo?»
«Più che di regole io parlerei di un patto tra lo scrittore e i suoi lettori, secondo il quale il narratore si impegna a distribuire nel corso della vicenda tutti elementi veri e mai ingannevoli per consentire al lettore di arrivare alla verità senza svelarla mai del tutto. E il lettore, dall’altro alto, cerca di risolvere il mistero prima che il romanzo arrivi alle ultime pagine, in una lotta ad armi pari con l’inventore della storia. Ma, al di là di questo patto, credo che il fulcro di un buon romanzo criminale si muova attorno a un sentimento deviato e alle motivazioni che lo hanno fatto nascere. “Perché è accaduto il fatto?” Questa è la domanda giusta a cui si deve rispondere».
«Dopo tanti anni in “compagnia” del commissario Ricciardi, quale sentimento vi lega?»
«Il commissario Ricciardi non mi somiglia e, forse per questo, non mi pesa raccontarlo e spero, invece, che lui non si stanchi mai di raccontarmi le sue storie. Abbiamo un buon rapporto dato dalla nostra assoluta diversità».
Assunta Lutricuso