Annavera Viva, autrice di tre romanzi gialli ed innumerevole racconti, salentina di origine, ma napoletana di adozione, ha una lunga storia d’amore con la città partenopea, che risale ai suoi giorni universitari, tanto da voler ambientare molte delle sue opere letterarie nel capoluogo campano, in particolare i suoi tre libri gialli che vedono come sfondo il suggestivo, misterioso e problematico quartiere della Sanità. Nel suo terzo romanzo, “La cattiva stella” (Homo scrivens) i personaggi principali si muovono nell’ambiente delle cartomanti/chiromanti del popolare quartiere napoletano. Nei vicoli di una Napoli ammantata di mistero, tra fede e superstizione, Concetta Mele alias Consuelo de la Fuente manovra abilmente, con i suoi tarocchi, il destino di chi le si affida. L’ arte della cartomanzia, che usa cinicamente, la metterà al centro di passioni che naturalmente sfoceranno nel sangue. Così ancora una volta Don Raffaele, il parroco del quartiere, nonché fratello del boss Don Giuseppe è chiamato ad indagare, come sempre spalleggiato dalla sua leale perpetua Assuntina. Ma qual è l’iter creativo di Annvera Viva? Napoliflas24 ha incontrato la scrittrice per scoprire come confluiscono insieme tutti i pezzi del puzzle:

 Perché un sacerdote e perché proprio la Sanità tra tutti i quartieri di Napoli?

È un quartiere che ho scoperto tardissimo a poco prima di cominciare a scrivere questi libri e l’ho trovato da subito un luogo affascinante anche se all’epoca non era la meta di turisti o il centro culturale che è oggi. Allora era molto più isolato di ora, come un’isola all’interno della città: era isolato a livello sociale e forse anche a livello culturale. Notai che era un quartiere particolarmente ricco di storia  di miti e profondamente legato alla morte, presenza quasi tangibile, e con la quale ha un legame strettissimo e viscerale, lo definirei quasi familiare; luoghi come il cimitero delle fontanelle e tutte le credenze ed i rituali ad esso legati ne sono l’esempio più lampante.  E questo mi colpì molto dall’inizio. Ed una delle cose che attrasse di più la mia attenzione fu proprio la chiesa di Santa Maria della Sanità, la chiesa degli appestati, ed il dolore che questo edificio aveva assorbito nel corso dei secoli, ma anche la speranza e la protezione che aveva dato. Così volendo ambientare un romanzo in quel quartiere e volendo usare quella chiesa come scenografia, come sfondo del romanzo, ho avuto bisogno di un protagonista che fosse appunto il legato a quel luogo e quindi scegliere un sacerdote come personaggio principale nasce dalla necessità di avere quella chiesa come set delle storie.

Dove trovi ispirazione per i tuoi personaggi, non parlo dei personaggi principali come don Raffaele, o il fratello don Peppino, o ancora la perpetua Assuntina, ma degli altri, la cui delineazione psicologica è molto accurata? 

Oltre ai Protagonisti a Don Raffaele Don Peppino, e Assuntina, ci sono dei personaggi principali che però variano di libro il libro, di storia in storia e per questi personaggi mi avvalgo della ricerca: ogni volta scelgo un mondo nel quale si svolgerà la trama. Scelgo un mondo da approfondire, sul quale indagare. È un’indagine sul campo, quella che faccio. Questa volta ho scelto quello delle cartomanti. Per il libro precedente ,“Chimera”, è stato invece l’ambiente dei travestiti dei “femminielli”. Tutti questi mondi, questi microcosmi mi danno la possibilità di conoscere e frequentare i posti, i locali e le persone che li popolano.  Per me l’approfondimento della ricerca è forse lo stimolo più grande perché mi permette di avvicinarmi ad ambienti a me totalmente estranei, sconosciuti, dandomi la possibilità di conoscere e confrontarmi con mondi e modi di essere e di vivere completamente diversi dal mio, mondi che troppo spesso vengono descritti in maniera stereotipata e riduttiva e superficiale. Ed è da questa ricerca scrupolosa che nascono i personaggi che popolano e danno vita alle mie storie. 

In alcune delle tue storie le donne uccidono. In un periodo in cui si parla molto di femminicidio, le tue assassine sono più simili alle eroine delle tragedie greche. Ma in una cultura patriarcale come la nostra una donna che uccide è considerata ancora più colpevole perché quasi contro natura, parlaci di queste donne che uccidono, qual è la loro vera natura secondo te? 

Penso che le donne che uccidono lo fanno in risposta ad una qualche forma di violenza subita anche nel corso del tempo o perché si sentono minacciate.  Mentre secondo me, spesso gli uomini uccidono perché la violenza e l’aggressività è più propria del genere maschile, perché è nel loro DNA sia genetico che culturale. Ora per le donne la situazione è diversa quando uccidono è perché sono spinte da situazioni ben precise, molto spesso stanno reagendo ad una qualche forma di violenza, che minaccia loro stesse o la loro famiglia. Può essere per proteggere o per difendersi, quindi. Raramente nelle donne si trova l’elemento sadico che spesso viene trovato negli uomini anche per questo tra i serial killer la percentuale di donne è bassissima. Proprio perché anche quando è presente una qualche forma di psicopatia l’elemento sadico è di rado presente. Non è impossibile ma è molto raro.

La cattiva stella” è il suo ultimo libro. Come si sono evoluti i due personaggi principali ed il loro rapporto: don Raffaele e don Peppino come stanno cambiando? 

Il rapporto di Don Raffaele e Don Peppino, da subito si è dimostrato molto complesso e tormentato. I due uomini si trovano su due posizioni opposte ma nutrono reciprocamente un affetto profondo,  invincibile, irrinunciabile.  Nel corso del tempo, però, si stanno rivelando dei piccoli cedimenti, dei piccoli dubbi, in particolare da parte del boss, sulla possibilità che avrebbe potuto avere una vita diversa. In passato Don Peppino non aveva mai avuto dubbi aveva sempre pensato che essere Don Peppino, essere un boss della malavita era l’unica scelta che gli si presentava perché era nato nella famiglia in cui era nato, perché era  cresciuto nel quartiere in cui era cresciuto. Per lui questa era sempre stata la sua unica scelta: mangiare o farsi mangiare. Ma ora con il riavvicinarsi a padre Raffaele, al fratello, comincia a nascere qualche dubbio.

Anche per padre Raffaele, le cui azioni sono sempre state dettate da un forte senso etico e quindi sono sempre si sono sempre svolte all’interno della legalità, le cose cominciano a cambiare: anche lui inizia ricorrere a metodi che sono, a volte, poco ortodossi, con pesanti conseguenze morali.

Quindi i due personaggi stanno iniziando ad avvicinarsi forse talvolta a sovrapporsi . Anche se in realtà non c’è mai stato manicheismo tra i due protagonisti, fin dall’inizio nessuno dei due è completamente buono o completamente malvagio. Don Peppino ha dei lati positivi: uno di questi è questa grande cultura che lui si è creato, ed un forte senso di giustizia, anche se è una  giustizia interpretata a modo suo. Le ombre di padre Raffaele provengono invece da questa questa rabbia, questa violenza interiore che lui si porta dietro e con cui deve convivere e combattere e che lo porta spesso ad interrogarsi sul fatto che i legami di sangue con suo fratello, boss della camorra,  siano più profondi di quanto lui voglia ammettere.  Queste forti emozioni che si porta dentro lo inducono talvolta addirittura ad agire in maniera poco consona al suo credo e all’abito che indossa. In questa direzione si stanno quindi evolvendo questi due personaggi.

Il prossimo libro, il quarto di questa serie, che è già in gestazione, sarà sarà l’ultimo di questa serie o ce ne saranno altri?

Non lo so perché la cattiva stella doveva essere l’ultimo, ma non me la sentivo. Ma comunque se dovessero essere l’ultimo chiuderei con serenità perché è stato un percorso  creativo che mi ha arricchito tantissimo. 

Pensi che saranno gli Stessi personaggi e dirti quando sono pronti a finire quando non voglio più continuare?

Assolutamente. A volte ci sono stati dei personaggi che mi hanno detto, mi hanno indicato come proseguire, e sono stata io a seguirli; e questa poi alla fine si è rivelata la scelta giusta, perché si sono mossi e si sono sviluppati con una loro coerenza psicologica ed emotiva, diventando dei personaggi credibili proprio perché sono stata io a seguire loro piuttosto che invece forzarli in una direzione per loro non naturale. Io li ho seguiti dove loro mi hanno portata.