Il napoletano, recentemente sottoposto a tutela da una legge regionale dello scorso 25 giugno, si fregia del titolo di lingua e non di dialetto in quanto, a differenza dei numerosi altri idiomi locali della nostra penisola, vanta una sostanziosa produzione letteraria, musicale e teatrale. Le sue voci sono più volte transitate nella lingua italiana subendo i traumi tipici del “lost in traslation”.

Per fare un esempio, il termine inciucio, che nella lingua partenopea significa, alternativamente, a) storia inventata, bugia, illazione; b) vicenda ingarbugliata (es. vir ch’ inciucio!: trad. vedi che storia!), in italiano, e precisamente in politichese, è stato tradotto come sinonimo di accordo segreto, in qualche caso fraudolento, a danno di una o più parti sociali.

Il transito dal napoletano all’italiano non è quasi mai agevole. Prendiamo un altro esempio: per molti anni, l’italiano medio si è fermato di fronte all’oscurità del termine cazzimma. Il sostantivo femminile indica una complessità di atteggiamenti mentali e di comportamenti troppo estesa e specifica per essere di immediata accezione per chi non sia napoletano, almeno per parte di uno dei genitori. Negli ultimi tempi, però, molti madrelingua si sono incaricati di esplicitare con esempi e delucidazioni la forma mentis individuata dalla parola e oggi, con una certa soddisfazione di tutti, napoletani e non, il concetto è maggiormente comprensibile.

Altre parole napoletane dovrebbero, auspicabilmente, diventare meno ostiche, tuttavia occorre riconoscere che la grande fantasia dei napoletani e la loro sofisticata struttura di pensiero abbiano generato un codice linguistico oggettivamente complicato.

Si pensi alla costellazione del sostantivo “desiderio”. In napoletano, a seconda del grado di brama, si dice:

  • Vulio, che è il desiderio persistente, tenace, specifico, ma circoscritto.
  • Nsiria, che designa invece la voglia di qualcosa o qualcuno e produce uno particolare stato di malessere caratterizzato da insofferenza e lamentazione. Il sostantivo è spesso introdotto dal verbo “pigliare”, es. a’ criatura ha pigliato na nsiria che significa, approssimativamente (ma molto approssimativamente), la bambina fa i capricci.
  • Pucundria è un termine reso noto dal suo utilizzo nella poetica musicale di Pino Daniele che esprime uno stato di malessere molto profondo e tuttavia indecifrabile, in cui l’oggetto del desiderio non viene palesato ed è talvolta sconosciuto perfino a chi lo prova.

Da questo piccolo esempio si coglie la complessità della lingua che, come ogni linguaggio, non è semplicemente costituita da un ampio insieme di parole ma contiene una filosofia e una visione del mondo, costruite, nel nostro caso, negli oltre due millenni di storia cittadina.

La conoscenza del napoletano perciò non solo è molto divertente ma anche molto istruttiva, in quanto dal suo approfondimento si possono trarre spunti interessantissimi di analisi storica, filologica e filosofica.

C’è da dire che la globalizzazione sta cancellando presso le nuove generazioni ogni traccia di cultura locale, compreso ovviamente il linguaggio, e quindi la normativa regionale, a cui si è fatto accenno in apertura, è quanto mai utile non solo per far conoscere la lingua ai forestieri ma anche agli stessi giovani partenopei.