Fabio è un giovane padre di famiglia, che trascorre le sue giornate tra un negozio proprio da gestire e una famiglia creata con Tania, conosciuta a sedici anni. Hanno due bimbe. La primogenita si chiama Noemi. Il 3 maggio di quest’anno, alle 17.30 circa, è con i nonni in piazza Nazionale. La sua mamma è appena entrata in un bar con la sorellina di un anno. Nello stesso momento, qualcuno inizia a sparare. Noemi e la nonna cadono sotto i colpi d’arma da fuoco. Due giorni dopo, la Napoli anti-camorra riempie quella piazza, chiedendo giustizia. Intanto, in una stanza dell’ospedale pediatrico Santobono, la piccola è in coma farmacologico. Riapre gli occhi dopo una settimana, rimane in ospedale per quasi due mesi.

Abbiamo incontrato Fabio.

D- Come sta Noemi?

R- Mia figlia cammina, ma deve indossare un corsetto notte e giorno, perché senza il busto la sua colonna vertebrale non regge. Il proiettile le ha fratturato la spalla destra, le ha rotto una costola, le ha perforato tutti e due i polmoni, colpendo due vertebre, di cui una è esplosa all’impatto. I medici le fanno periodicamente delle tac, oltre ad altri esami, per capire se, col tempo, su quanto resta della vertebra d6 si crea un callo osseo, che le permetta di sostenere il peso delle spalle e del collo. Se non succede, bisognerà operare, ma quando sarà cresciuta. Ora, i medici non possono ricostruirla chirurgicamente, perché, essendo una bambina piccola, la sua colonna si deve ancora formare totalmente. Noi, speriamo si irrobustisca e si formi il callo osseo, così da evitare uno o più interventi chirurgici. E speriamo anche che, col passare degli anni, i suoi polmoni si sviluppino pienamente. Perché Noemi respira, ma nelle parti perforate dal proiettile, in entrata e in uscita, i tessuti non reagiscono come dovrebbero e quindi ciascun organo non incamera pienamente l’aria. Tutti questi tessuti, anche se trapassati, hanno ridotto la velocità del proiettile, che ha quasi sfiorato l’aorta, senza colpirla. Se così fosse stato, Noemi sarebbe potuta morire dissanguata. Quando rifletto, penso davvero che una mano divina l’abbia protetta. Anche dire che Noemi oggi sta bene è un incoraggiamento.

D- Com’è cambiata la vostra vita dall’agguato di piazza Nazionale?

R- Tania, mia moglie, il 3 maggio è uscita di casa con le nostre due figlie, Noemi, la più grande, e la secondogenita, che oggi ha diciotto mesi. Era coi nonni delle bimbe. Aveva la piccolina in braccio quando è entrata in un bar. In pochi istanti, hanno esploso più di dieci colpi d’arma da fuoco. Potevano uccidermi tutta la famiglia. Poteva essere una strage. Questo per me è un attentato, è più di un agguato della criminalità organizzata. Per tante cose, siamo ancora fermi a quel giorno e al ricovero. L’equilibrio di una routine non c’è ancora del tutto. Siamo rientrati in casa dopo cinquanta giorni di separazione, solitudine, dolore e angoscia. Tania ed io stiamo imparando a conoscere due figlie diverse da quelle che erano prima dell’attentato. Noemi è più nervosa, salta a ogni rumore, segno che ha capito che è stato lo sparo a farle del male. Inoltre, è bloccata nel linguaggio, quindi parla meno di quanto facesse a maggio. Mentre lei era ricoverata, la più piccola ha sentito la mancanza della mamma, rimasta giorno e notte al capezzale della primogenita. Oggi che ci ha a casa, fatica molto a staccarsi fisicamente da noi. Nonostante le difficoltà di oggi, speriamo bene per il futuro, perché le vediamo crescere. Le vediamo relazionarsi. Giocano assieme. Noi viviamo con la paura che Noemi abbia un blocco respiratorio. Perché i tessuti sono ancora feriti e perché i suoi polmoni sono stati pieni di liquido per tanti di quei cinquanta giorni di ospedale. Abbiamo paura che cada e si faccia molto male. Perché la sua colonna non è quella di un tempo, ma è più fragile e instabile, senza il busto. Per lavarla e vestirla, occorre l’aiuto di entrambi, perché ha scatti inaspettati, dovuti alla paura o al nervosismo di un tono di voce sbagliato o di un rumore inatteso. A settembre inizieremo tutti un percorso accanto a Noemi, che farà una vera e propria terapia psicologica oltre che medica.

D- Avete ancora il supporto istituzionale dei primi tempi?

R- Le istituzioni continuano a esserci accanto, persino il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nonostante il ruolo e gli impegni, ci ha dimostrato solidarietà e comprensione. Ci complimentiamo soprattutto con la magistratura. Nella vita di tutti giorni, ci sentiamo meno soli grazie alla persone che, assieme alla nostra famiglia, ci chiamano o vengono a trovarci per un saluto o per un giocattolo per le bimbe. Ogni giorno, riceviamo una chiamata da Anna Maria Minicucci, direttrice dell’ospedale Santobono, che si è impegnato a dare assistenza a vita a nostra figlia. Non c’è equipe medica, da quella degli anestesisti a quella dei chirurghi a quella dei pediatri, infermieri e tecnici radiologi inclusi, che non si sia prodigata per la bimba. Anche il presidente della Regione Campania, Vincenzo de Luca, ci chiama quotidianamente per sapere come stiamo. Ci rispettano tutti nei nostri tempi e spazi, in questo ci sentiamo capiti e compresi. E il futuro fa meno paura. Ringraziamo tutti di cuore. Anche se Noemi non può andare a scuola a settembre o fare il percorso di vita che gli altri bimbi della sua età fanno in questo momento, siamo fiduciosi. Già oggi, grazie a Dio e all’ottimo lavoro delle istituzioni, dei medici e delle persone che incontriamo, mia figlia non è più su quel letto d’ospedale. Nonostante i traumi fisici e psicologici, può camminare, respirare, giocare, abbracciarci e parlare. E’ una vittima, siamo delle vittime, ma stiamo ricostruendo degli equilibri, che sono nuovi ma permettono di sognare un futuro sereno come famiglia.

D- Volete lanciare un messaggio?

R- Vogliamo ringraziare le forze dell’ordine e la magistratura, per aver fatto un lavoro rapido ed eccezionale. Ci affidiamo molto al loro lavoro, prego perché venga fatto il miglior percorso possibile, così da evitare altri agguati o fatti tanto cruenti. I risultati raggiunti finora ci fanno credere davvero che possiamo avere giustizia per Noemi e perché non si rischino altre vittime. Hanno sparato all’impazzata in pieno giorno, in una piazza frequentata da famiglie, da bambini che vanno a scuola o a giocare negli spazi comuni, nei giardinetti. Allora, ci sia una giustizia piena, ci siano pene esemplari, veloci, certe. Perché quello di piazza Nazionale è stato più di un agguato della criminalità organizzata contro un affiliato di un altro clan. Per esecuzione e modalità, è stato qualcosa di ben più grave: è stato un attentato compiuto in un luogo pubblico, frequentato da gente normale, e in cui si trovava l’esponente di una cosca avversaria.

Con l’accusa di detenzione di arma da fuoco e associazione per delinquere finalizzata all’acquisto, al trasporto, alla commercializzazione e alla vendita di droga, il 9 agosto sono stati arrestati sei presunti affiliati del clan Reale-Rinaldi, che opera principalmente nel quartiere di San Giovanni a Teduccio. Tra di essi ci sarebbe il pregiudicato per il quale era stato organizzato l’agguato di piazza Nazionale, durante il quale Noemi fu gravemente ferita. L’attentatore, A. R., fu arrestato a Siena il 10 maggio, mentre tentava di fuggire. Secondo le ricostruzioni degli inquirenti, il bersaglio dell’agguato, S. N., è un affiliato del clan Reale-Rinaldi e il movente è da ricercarsi nella richiesta del pizzo ai gestori delle piazze di spaccio controllate da un’altra famiglia camorrista, i Mazzarella. Il motivo del movente sarebbe nella necessità di recuperare denaro per pagare un debito contratto nei confronti di un affiliato a un terzo clan, i Formicola.