Imparare a scrivere in Napoletano  XI lezione – l’avverbio “Ecco”

(Segue… dalla puntata precedente!)

E il volgare napoletano? Possibile che non ci fosse nessun poeta che scrivesse in napoletano?

Dante, nel suo trattato De vulgari eloquentia, in cui faceva presente l’urgenza di una nuova lingua nazionale, citò alcuni versi di un volgare molto diffuso all’epoca, che definì pugliese:

Tragemi d’esta focora;

Volzera che chiagnesse lo quatraro; ecc.

Ma l’abate Galiani, nel suo trattato Del dialetto napoletano del 1779, ritenne che Dante si fosse sbagliato e che tale volgare fosse il napoletano, rilevando che:

Si disse poesia ‘siciliana’ non perché nata in Sicilia ma perché nata alla corte di Federico II, Re di Sicilia, poeta anch’egli ed amante di poeti e trovatori. E si disse ‘pugliese’ non perché fosse nata in Puglia ma perché, prima della dominazione angioina, la Puglia era lo Stato più importante dell’Italia meridionale.

Cosa dire?

In effetti, i versi riportati da Dante ricordano molto il napoletano dei nostri canti antichi, e poi la cronaca riferisce che il centro della Scuola Siciliana fondata da Re Federico II fu a Salerno, a pochi chilometri da Napoli.

In conclusione, che il volgare “siciliano” utilizzato da Re Federico e dai suoi amici fosse il napoletano?

E che il volgare “pugliese” citato da Dante e contestato dal Galiani fosse anch’esso il napoletano?

Oppure che entrambi non fossero altro il volgare scritto all’epoca in tutta l’Italia meridionale?

Se fosse così allora il volgare che stava per diventare la lingua ufficiale italiana era… il napoletano!

Carino, vero?

Enzo Carro

www.enzocarro.it

cantante, autore, saggista

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