“Il viandante”

Silenzioso, come il cinema di Charlot, mi avvicino, frugo nei tuoi
momenti migliori, fino a ritrovare nel tuo volto il canovaccio di una
storia avventata. Mi si illuminano gli occhi, affiorano i ricordi, le
immagini aiutano a perderci. Mi ritrovo, su un letto di sabbia col cuore
in sangue. Camminavo nel deserto; cercando una meta mi chiedevo se quel
mare in granuli avesse un contorno, una fine. Popolando quelle dune con
personaggi fantastici, aggiravo la solitudine. Portavo con me un tesoro,
uno scrigno. Non mi era dato di sapere cosa contenesse, solo presentivo
che all’interno fosse serbata l’essenza, il segreto del mondo. Il
viaggio divenne presto impervio, il vento caldo gravava sulle mie vesti
col suo farinoso soffio, per poi lasciare il posto a scenari artici, al
calar del sole. D’ un tratto un piacevole calore, si spande lungo le
caviglie. Diviene presto godimento, poi euforia, mentre vedo poco
distante alle mie spalle una coda squamata rintanarsi nel grano. Quel
nefasto presagio, mostra subito il suo volto: un perpetuo dolore
subentra all’apice di una effimera beatitudine. Continuo il mio cammino,
che rovina presto in calvario. Sento le forze tradirmi, mi accorgo che
la vista mi sta abbandonando, come muovessi in coltre di nebbia.
Brancolo nel buio, un languido sudore bagna la mia fronte e mi chiude le
palpebre; sembra che a tutti i muscoli del corpo sia rimasto solo un
residuo, un granello di energia; sento la fine sempre più vicina. È
ora, è il momento di aprire lo scrigno; l ho portato con me fino alla
fine dei giorni, devo sapere cosa contiene. Mi fermo all’improvviso,
sento di non poter proseguire. L’ incombente cecità, si placa di fronte
a quel momento, mi concede una tregua, una tregua nella vita di uomo,
per compiere qualcosa di grande. Tiro fuori quell’involucro di legno che
tanto mi ha accompagnato, e a cui tanto calore ho dato , mentre
concedendosi alle mie protettive ali, donava un senso alla mia
esistenza. Ne contemplo la foggia, pura, intatta, non macchiata dal
tempo. La sento pulsare; con delicatezza, la apro. Su un rosso cuscino
di seta, posavano i tuoi occhi, che divennero i miei, al limitare della
vita. Ciò che vedo fuori sono io, fermo a un passo dal precipizio di
una montagna di sabbia, salvato dal tuo canto mentre vagavo nelle
tenebre della mia anima. Ma è ciò che vedo dentro che mi ferma il
respiro, mi attanaglia il cuore. La tua vita diventa mia, le tue
passioni, il tuo dolore. In preda ai mali del mondo , i tuoi occhi,
furono distaccati dalla materia, da un volto, da un corpo. Per guarire
una terra corrotta, pregna di truculenza e atrocità, occorreva uno
sguardo puro, uno sguardo puro sul mondo, libero da ogni residuo di
umana carne, di umana vita. Mi sentii improvvisamente meglio,
rinvigorito, ritemprato, salvato ancora una volta da ciò che per tutta
la vita avevo protetto. Ad un tratto capii: ero divenuto, in quella
clessidra di sabbia, il custode del tempo.Ma ciò che vidi, ciò che
vidi fu troppo per un solo uomo, troppo per un uomo solo. E a
terrorizzarmi fu il pensiero di ciò che non vidi. Non potei farne a
meno, ancora una volta una vita beffarda mi concedeva un lieve e fugace
benessere, prima della disfatta. Mi guardai intorno ,ammirai dall’alto
di quella montagna forse per l ultima volta quel paesaggio incantato,
rapito dalle onde del deserto. Feci 2 passi in avanti..e d’improvviso..
il dolore ..mutò in carezza.
Mi ritrovo, su un letto di sabbia col cuore in sangue. Camminavo nel
deserto; cercando una meta mi chiedevo se quel mare in granuli avesse un
contorno, una fine.


Davide Gabriele Bianco nasce a Mugnano di Napoli il 24/11/1993. Laureato
al Dams si mette subito alla prova come regista con risultati
soddisfacenti. Collabora con diverse testate giornalistiche on line,
frequentando in contemporanea una scuola di Musicarterapia. Coltiva fin
da piccolo l’interesse per il pianoforte; alla sua prima esperienza
letteraria, sogna di far diventare la sua passione, la scrittura, un
lavoro.

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