Esistono serial killer napoletani?

La domanda fa sorridere: è contro la natura del napoletano, siamo sentimentali, emotivi, disorganizzati, siamo geneticamente compassionevoli, insomma non c’è niente dello psicopatico sadico nell’indole del napoletano medio. Sembra quasi un ossimoro; per non parlare della nostra cultura, una cultura dell’accoglienza e della condivisione, e del dare aiuto all’altro. Ed è proprio l’indole compassionevole del napoletano che ha dato origine a questa cultura del sentimento. In una città così i serial killer sono quasi un impossibilità genetica. Eppure negli anni ottanta la città partenopea viene sconvolta da due cruenti delitti. Andrea Rea, conosciuto come il mostro di Posillipo. Nasce a Napoli nel 1956, da una famiglia alto borghese; figlio di un ingegnere edile, si laurea in filosofia col massimo dei voti, ma la sua vita viene buttata nel caos nel 1982 dalla morte del fratello Antonio, forse questo è il motivo scatenante della violenza di Andrea nei confronti delle donne. 

Rea è un serial killer che compie delitti a sfondo sessuale: violenta, uccide e poi smembra i corpi delle povere vittime. Nel 1983, Andrea viene arrestato per violenza sessuale nei confronti di una giovane turista finlandese a Ischia. La famiglia lo interna in una casa di cura, dove avrebbe incontrato la sua prima vittima, Anna Bisanti, napoletana di 27 anni, figlia di 2 anziani pensionati. Il giorno di Natale del 1983, Rea convince la ragazza a salire sulla sua auto, quindi la uccide con un coltello, la chiude in un sacco e la butta in mare. Sarà lui stesso a confessare l’omicidio, visto che il corpo non verrà mai ritrovato.

Nel 1987, Andrea compie un altro stupro, a Napoli, nei confronti di un’amica, mentre il 3 settembre 1989, compie il suo delitto più efferato, ai danni di Silvana Antinozzi, tossicodipendente 38enne separata dal marito e con una figlia di 17 anni. Impiegata al comune di Napoli, la donna era stata sospesa per assenteismo. Rea l’aveva conosciuta in una clinica, dove la donna era in cura per disintossicarsi dalla droga. Dopo essersi diretto alla casa della donna, tenta di violentarla, poi la finisce a coltellate. Dopo aver smembrato il cadavere con un coltello da prosciutto, Andrea lo sistema in una valigia e lo carica sul proprio motorino, per portarlo in una spiaggia di Marechiaro dove lo abbandona. Fu una bambina ad accorgersi che da quella grande borsa gocciolava un liquido rosso, non appena arrivò la polizia ci fu l’atroce scoperta: all’interno del bagaglio c’era il corpo nudo avvolto in un lenzuolo di Silvana Andreozzi, aveva le mani legate, la bocca chiusa con lo scotch e ferite da arma da taglio. Inizialmente si era pensato che l’omicidio potesse essere legato alla criminalità organizzata poiché il giorno in cui fu trovata la valigia, si stava svolgendo il pranzo per la comunione delle due figlie del boss di Secondigliano. Ma quando la vittima fu identificata si comprese subito che non aveva nulla a che vedere con il mondo camorristico e si cominciò a comprendere che potesse aver conosciuto il suo assassino nella casa di cura Villa Anna, dove era stata ricoverata per disintossicarsi dalla dipendenza da eroina. A casa della vittima Rea aveva lasciato oltretutto molti indizi, tra cui il coltello da prosciutto, varie impronte digitali, un diario, il suo orologio sporco di sangue e una sorta di lista nera con i nomi di potenziali prossime vittime.

Dopo il delitto, Andrea scappa all’estero, riuscendo a raggiungere Nizza in treno, ma qui viene fermato in stato confusionale da alcuni poliziotti e portato in clinica. Rea si mette subito in contatto con i propri genitori a Napoli, che lo convincono a costituirsi alla polizia. Rea in 13 ore confessa il brutale omicidio di Silvana, dicendo L’ho uccisa, lei voleva uccidere mio padre, poi racconta di voler  liberare il mondo dalle donne. Durante l’interrogatorio è subito evidente la sua schizofrenia. 

Andrea Rea, è un serial killer anomalo, in quanto schizofrenico e non psicopatico. Agisce d’impulso, è folle e disorganizzato. Non ha nulla della freddezza calcolatrice e manipolatrice dello psicopatico, in altre parole, siamo lontani dagli immaginari Hannibal Lecter e persino dai reali Ted Bundy che imperversano nella cultura americana. Rea è tuttavia altrettanto pericoloso. Incapace di intendere e di volere, viene riconosciuto schizofrenico e paranoico e fatto internare nel manicomio giudiziario di Aversa: la condanna consiste di 10 anni per l’omicidio della Antinozzi e 5 anni per quello della Bisanti. La storia di Andrea Rea è una storia anomala, insolita per Napoli, una realtà che non ci appartiene e che ci ha lasciato forse incapaci ed impreparati a gestire il problema.