La fine dell’anno è tempo di bilanci e commercialisti. Portiamo quindi l’attenzione sulla necessità di integrare la pensione e i benefici fiscali che da ciò derivano.

La necessità di integrare nasce dal cambio del nostro sistema pensionistico.

Con il sistema pensionistico basato sul metodo contributivo, ogni lavoratore riceverà un assegno INPS pari ai contributi effettivamente versati e rivalutati.

Tuttavia, nessuno può sapere in anticipo quanto tempo sarà in grado di lavorare e a quanto ammonterà, al momento del pensionamento, il totale dei contributi versati.

Il calcolo della pensione con il metodo contributivo rende più sostenibile nel medio lungo termine il sistema previdenziale.

La pensione di vecchiaia, per il biennio 2021/2022, è erogata a chi compie 67 anni e ha versato almeno 20 anni di contributi. Per la pensione anticipata, dal 1° gennaio 2021 al 31 dicembre 2026, i requisiti sono di 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, a prescindere dall’età anagrafica.

Nei prossimi anni, l’età minima per la pensione di vecchiaia dovrebbe essere portata a 70 anni

Il problema è che il mondo del lavoro sta attraversando una profonda trasformazione e, in prospettiva, vedrà sempre meno contratti a tempo indeterminato e un incremento del lavoro autonomo e delle collaborazioni a progetto, e questo potrebbe implicare dei ‘buchi’ contributivi non trascurabili nel lungo periodo

Inoltre non si può affatto escludere che nei prossimi anni le esigenze del bilancio statale impongano nuovi tagli alle pensione pubbliche. Pertanto, con ogni probabilità, i lavoratori che andranno in pensione nei prossimi decenni riceveranno un assegno INPS più ridotto rispetto a quello dei pensionati di oggi.

Per evitare di essere colti impreparati è possibile aderire alla previdenza complementare.

E’ opportuno iniziare quanto prima a costruire un secondo pilastro pensionistico dal momento che anche il versamento di piccoli importi può portare a grandi rendite e cospicui benefici fiscali.

La previdenza complementare è fondata su un sistema di accumulo di capitale che consiste nella creazione di un conto individuale presso un fondo pensione in cui affluiscono i versamenti del lavoratore, che vengono investiti sui mercati finanziari. Al momento del pensionamento la somma maturata viene liquidata sotto forma di rendita e/o di capitale, in modo da garantire un tenore di vita adeguato a conclusione della vita lavorativa

Facciamo un esempio. Ipotizziamo un lavoratore che oggi guadagni 2.000 euro al mese, che l’inflazione media annua nei prossimi anni si attesti all’1%, e che la sua retribuzione salga dell’1,5% in media all’anno. Versando il 5% del suo stipendio in un fondo pensione che rende in media il 3% all’anno, riuscirà ad accumulare in 40 anni di versamenti un capitale di 122 mila euro. Per accumulare lo stesso capitale in soli 30 anni di versamenti la ‘rata’ mensile dovrà salire al 7,5%, ovvero al 12,5% se i versamenti sono per ‘soli’ 20 anni e addirittura del 26% se i versamenti vengono effettuati soltanto negli ultimi 10 anni di lavoro.

Inoltre, le somme impiegate nella previdenza integrativa godono di un consistente beneficio fiscale: sono infatti deducibili fiscalmente per un importo annuo complessivamente non superiore a 5.165 euro.

Un esempio in tabella

Marianna Genovese – Consulente Finanziario certificato EFPA

mariannagenov@gmail.com

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