“Vivo tra i puntini sospensivi” (Homo Scrivens) è la prima raccolta poetica di Giuseppina Dell’Aria, avellinese ma ormai napoletana d’adozione. Un esordio maturo che ricerca nel rigore e nell’armonia della parola poetica il fondo autentico dell’esistenza. Immagini docili si piegano allo sguardo, si offrono all’orecchio addomesticate da suoni comuni che nella tessitura lirica si fanno preziosi con discrezione. Si percepisce la sincerità dell’io poetico che non gioca a nascondersi, non tenta la via del mimetismo simbolico ma è aperta alla denuncia, quasi una condanna, a volte molto dolente. Pezzi di vita, ricordi, tentativi di riconciliazione, emergono, arrestando il tempo che scorre nel tentativo di recuperare la memoria di sé. Laddove occorre sottrarre l’identità al pericolo di un inesorabile smarrimento, interviene il ricordo. La poesia diventa in questo modo possibilità di salvezza.

Nella sua poesia emerge con forza un io poetico femminile.  Che cosa vuol dire per lei essere donna oggi?

Allenarsi a curare ciò che porta il senso più vero della vita: la propria natura; una natura profondamente femminile e femminea che dice della propria “mistica terreità”.

“Vivere tra i puntini sospensivi” è condizione esistenziale necessaria tanto al poeta quanto all’uomo comune?

“Vivere tra puntini sospensivi” è per me come ritrovarsi nelle pieghe del Tempo; il Tempo dell’essere umano, in cui l’atto dell’Ascolto è profondo. È qui che tutto s’incontra. Il passato e il futuro si fondono, generando attimi di intensa consapevolezza, attimi di presenza al presente.

Molti dei versi della sua raccolta sono dolenti, raccontano grande sofferenza, ma arriva la memoria a placare il dolore. Quanto è importante il ricordo?

Il ricordo è un racconto di sé a se stessi, di ciò che si è vissuto, soprattutto del modo in cui lo si è percepito. Il modo di ripercorrere il ricordo può cambiare una visione apparentemente definitiva. Può essere devastante o profondamente  generativo per azioni diverse e nuove.

 Lei è napoletana d’adozione ma ha un fortissimo legame con la città di Napoli. Quali sono le difficoltà e i vantaggi del fare poesia a Napoli?

Anche in quest’ambito Napoli e i suoi abitanti sono contraddittori. Se da un lato si applaude a un testo poetico, dall’altro la poesia stessa è percepita nella sua distanza dalla quotidianità, quindi relegata in un tempo e in uno spazio remoti. Non la si fa agire. La poesia che dice di sé e degli altri, denunciando il “proprio” di se stessi, che urge sulla pelle e sulle labbra mettendosi a nudo e ritrovando l’altro col proprio “canto” attraverso parole “in dono”, è relegata negli spazi di ben delimitati  momenti “lirici e intimi”. Il richiamo alla responsabilità civile, sociale, umana che emerge e “urge” dalle parole dei poeti resta  un canto di sirene, da cui si cerca la distanza per non rischiare di incorrere in un cambiamento evolutivo.

Alcune poesie della raccolta sono state musicate dal noto cantautore Lino Blandizzi. Ci racconta le emozioni di questa collaborazione?

L’incontro della mia poesia con la musica di Blandizzi è stato un momento di assoluta magia. Lino Blandizzi è un artista raffinato dalla profonda sensibilità verso svariati temi. La sua musica ha sposato anche versi di Luigi Compagnone, Eduardo De Filippo, Anna Maria Ortese e tra i suoi lavori  più importanti, vorrei ricordare il duetto con il grande Maestro Sergio Bruni. Per me è stato un grande privilegio essere stata presente in quei momenti in cui la sua creatività faceva fluire, scorrere, volare e unire i suoi versi con le mie poesie attraverso la musica e la sua voce intensa. Nasce così la canzone dal titolo “Curo di me”. Il sodalizio artistico con Blandizzi ha ampliato le mie potenzialità creative, e mi ha dato l’opportunità di diventare co-autrice di alcuni suoi testi di canzoni

Enza Alfano