L’altro ieri, Gianni Rodari è morto per la quarantesima volta.

Mi ci son voluti due giorni per avere il coraggio di accogliere tutti i link che erano venuti a bussare, insistenti, alla porta della mia connessione domestica, per parlarmi dei quarant’anni trascorsi dalla morte del mio adorato scrittore.

Li avevo rifiutati perché, no, mai avrei voluto ricordare che fosse già morto così tante volte.

Perché la morte è una sola per chi se ne va, ma sa ripetersi per sempre in chi resta.

Ed è per questo che dico che, Gianni Rodari, è morto per la quarantesima volta.

Perché, una volta l’anno, ogni anno, ci tocca ricordare che non c’è più, anche se, nei rimanenti trecentosessantaquattro giorni, in quelle restanti 8.736 ore, mai penseremmo che non sia più con noi.

Non so voi, ma io l’ho sempre avuto al mio fianco, Rodari.

Anche in questo momento, sempre.

E, spesso, lo incontro dove meno me lo aspetto. Tanto che mi verrebbe da dire, come si direbbe ad un vecchio amico:

Ciao, Gianni! Che ci fai da queste parti?

Mi ha preso la mano, quando avevo sette anni, e non me l’ha lasciata più. Mi ha insegnato che la letteratura è una favola da afferrare e gustare con voluttà, all’istante, come si farebbe con una attesissima e fugace telefonata a gettoni.

L’ho trovato disteso sulla pagina di un sussidiario, nel corpo di un racconto scritto in caratteri enormi sull’enorme sfondo abitato da pianeti e galassie.

Lo vedo tutti i giorni, mentre fa capolino dallo schermo del mio PC, spuntando su quella pagina Facebook a lui dedicata e che ripropone quella filastrocca che faccio finta di aver dimenticato, come pretesto per il puro gusto di rileggerla.

E l’ho tenuto seduto accanto a me, sotto shock, che fissava le immagini in TV del ponte Morandi di Genova, con le labbra che ripetevano, muovendosi appena, le sue tristi rime sul ponte in “cemento ‘amato’ ”.

Ah, e l’ho avuto anche come compagno di banco al primo concorso della mia vita, che mi sussurrava all’orecchio che è difficile fare le cose difficili”, mentre mi raccontava che il sacrificio, le privazioni, l’estrema stanchezza, non erano atti di lesa maestà contro la mia giovinezza, ma quel peso ordinario che attendeva di diventare premio straordinario.

L’ho ritrovato, ancora, seduto alla mia scrivania, da insegnante, mentre mi fiancheggiava nella lotta contro le subdole sabbie mobili che risucchiano in una silenziosa indolenza troppi adolescenti, mostrandomi il percorso con cui evitare i “Nove modi per insegnare ai ragazzi a odiare letteratura”.

Ma forse non è vero, caro Gianni, che sei morto per la quarantesima volta.

Perché tu sei quel fiore che, in me, si riapre alla vita ogni mattino, dopo il sonno notturno, creatura di cui vale la pena non piangere la morte, ma celebrare i più felici anniversari, consapevole che, i grandi uomini come te, festeggeranno sempre più compleanni in cielo che sulla Terra.

E, magari, con una fetta della tua torta più famosa.