Intervista a Domenico De Masi, professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma ed esperto di telelavoro

La pandemia da COVID-19 e la conseguente quarantena hanno avuto ripercussioni anche nella modalità di lavoro. Sull’argomento ho voluto ascoltare il prof. Domenico De Masi, che mi ha proposto un’analisi lucida e competente. La sua esperienza in materia è sostenuta da decenni di studi sul telelavoro. Non a caso, il professore mi fa partire da qualche cenno sulle origini del telelavoro, che in Italia ha incontrato sempre una forte resistenza.

«Di telelavoro si è iniziato a parlare in Italia negli anni ’70, quando svolsi due ricerche sull’argomento, ovvero sulla possibilità di utilizzare il telelavoro proprio a Napoli. Mi furono commissionate dal Formez e dal giovanissimo Bassolino, poi sindaco di Napoli. I risultati confluirono in un libro pubblicato nel ’93. Quindi, relativamente al telelavoro, il primato spetta a Napoli e al settore pubblico perché il primo grande organismo che lo adottò fu l’INPS, il cui presidente dell’epoca, Gianni Billia, esperto di informatica, adottò il telelavoro per 500 ispettori dell’Istituto. Fondai anche la SIT, Società Italiana Telelavoro, proprio per invogliare il governo a emanare delle leggi che permettessero il telelavoro e le imprese ad adottarlo. Tutto questo movimento ha portato al fatto che il 1° marzo di quest’anno c’erano 570.000 persone che telelavoravano. Pochissime! Non tutti i lavori possono essere telelavorati, ovviamente, ma in Italia, secondo i miei calcoli, su 23 milioni e mezzo di lavoratori, 14 milioni potrebbero farlo. Quindi capisce perché ho detto che 570.000 è un numero minimo, anche rispetto alle percentuali di altri Paesi d’Europa e del mondo.»

«Gli eventi ci portano quindi al coronavirus e al famoso 4 marzo: cosa succede, professore? Entriamo in un nuovo ordine di idee? Moltissimi di noi improvvisamente perdono le proprie abitudini lavorative… ma ne guadagnano o ne imparano tante altre?»

«Il 4 marzo, in telelavoro sono 8 milioni di persone. Allora, uno come me, che si è battuto per 40 anni a favore del telelavoro, oggi o si spara o è felice! Pare che non esistano le riforme ma solo le rivoluzioni, e quello che non si è ottenuto con la ragione e con la ragionevolezza, lo si è ottenuto con la paura e con la morte.

Ne scaturiscono due domande: come mai non si è utilizzato prima il telelavoro e cosa si farà dopo il COVID.

Il telelavoro comporta un elevato numero di vantaggi, decisamente superiore agli svantaggi: per i lavoratori, per le aziende e per le città.

I primi si liberano finalmente dal controllo gerarchico del capo e dal controllo sociale dell’azienda; sono più autonomi, anche nella gestione dei tempi e dei luoghi di lavoro; sono maggiormente soddisfatti e più produttivi; ottimizzano il tempo dedicato al lavoro e lo svolgono in migliori condizioni; gestiscono meglio vita familiare e sociale; hanno un risparmio di fatica, di stress, di spese.

L’azienda ha bisogno di spazi inferiori per gli uffici e ha consumi più bassi delle utenze; si riduce la conflittualità, l’assenteismo, si riduce il turn over e aumenta la produttività.

La città ne guadagna in termini di traffico fortemente ridotto, di disinquinamento, di spese per la manutenzione stradale e di costo degli immobili.

Bene, come mai, con tanti vantaggi, verificati anche attraverso ricerche specifiche, il 1° marzo c’erano solo 570.000 telelavoratori su 23 milioni e mezzo complessivi? L’unica spiegazione che mi so dare ha a che fare con la testa dei capi. Otto milioni di lavoratori hanno almeno 800.000 capi: evidentemente sono tutte persone che ragionano all’antica, con una visione del potere antiquata, di quella che vuole il dipendente a portata di mano. Dico che soffrono della sindrome di Clinton, il quale non avrebbe mai tenuto lontano la sua stagista.

Durante la quarantena, questi 8 milioni hanno sperimentato il telelavoro, purtroppo in una condizione di segregazione domestica, eppure, ciò nonostante, un’indagine condotta dalla CGIL rileva che la stragrande maggioranza vorrebbe continuare a telelavorare. Ha capito che la condizione è migliore e che sono infondate le scuse, accampate per anni dai capi, a supporto dell’impossibilità di lavorare senza recarsi in ufficio. Dato però che i capi sono sempre gli stessi, ora si apre un contenzioso: i capi vorrebbero riportare le pecorelle nell’ovile e le pecorelle vorrebbero restare fuori.»

«Chi vincerà, secondo lei?»

«Tra il 60 e l’80% vorrebbe mantenere questa modalità di lavoro. E abbiamo una prova irrefutabile: durante la quarantena la TIM ha messo in telelavoro tutti i suoi dipendenti. Adesso vuole ritornare alla condizione lavorativa di prima. Ebbene, 1800 lavoratori hanno sottoscritto una lettera, diretta al capo del personale, dicendo che non vogliono tornare in azienda. Loro, e tantissimi altri, hanno sperimentato che è possibile non solo un nuovo modo di lavorare ma un nuovo modo di vivere.

Siamo all’inizio di una battaglia che durerà un paio di mesi: aspettiamo e vediamo come va a finire. Io spero che almeno la metà dei lavoratori che hanno telelavorato in questo periodo resti a casa. C’è un indizio in questa direzione: la ministra della Pubblica Amministrazione ha dichiarato che desidererebbe che almeno il 40% dei burocrati che in questi mesi sono rimasti a casa, resti ancora a casa. Ciò modernizzerebbe l’organizzazione e finalmente incrementerebbe la produttività della Pubblica Amministrazione che ne ha tanto bisogno.»

La quarantena ha cambiato anche la morfologia delle case: improvvisamente sono state più strette, per la presenza contemporanea di tutti i componenti della famiglia per un tempo prolungato inusuale, ma anche più dilatate – casa-ufficio, appunto, casa-aula, casa-palestra, casa-pizzeria – e poi si sono aperte, diventando accessibili agli altri attraverso i webinar, le dirette, gli zoom

«Sono novità che d’ora in poi continueranno a caratterizzare le nostre abitazioni, e quindi il nostro modo di concepirle, oppure no?»

«Ora siamo ai primi passi di questa rivoluzione, poi, man mano, gli architetti adegueranno i loro progetti alle nuove esigenze. Certo l’esperienza è stata troppo breve, solo tre mesi, per stabilire se la modifica si radicherà, però sono stati tre mesi sufficienti a far pensare. È stato fatto un esperimento insperabile, che non si sarebbe mai immaginato di poter fare: più di 200 milioni di lavoratori in tutto il mondo che hanno telelavorato! Direi che è difficile che tutto torni esattamente come prima.»

«In molti hanno paragonato questa pandemia a una guerra e la guerra vede sempre una ricostruzione. Lei cosa intravede per le sorti del Paese?»

«Il termine guerra si usa nei casi più svariati ma se sia stata una guerra o no, non lo so. Di sicuro le guerre, quelle vere, hanno la caratteristica che ammazzano le persone e distruggono le cose, invece una pandemia lascia morti ma non ruderi. Direi quindi che non si tratta, ora, di un dopoguerra, pur lasciando dei guasti di carattere economico, naturalmente. Se avremo capito che si può vivere “sprecando” meno, allora gli effetti negativi saranno meno forti. Se invece vogliamo tornare subito ai consumi precedenti, allora pretendiamo che sia lo Stato a sostenerci. Reputo molto infantile la reazione di chiedere allo Stato, e all’Europa, di pagare, pagare, pagare, senza tener conto che sia l’Italia che l’Europa sono danneggiati dal minore afflusso di tasse.

E anche se ci sarà intelligenza, la sfrutteremo positivamente per il dopo. Le aziende intelligenti, per esempio, adotteranno il telelavoro. Fra 6 mesi avremo una mappa precisissima delle aziende intelligenti e di quelle stupide.»

«Lei ha studiato per molti anni la creatività, sia dal punto di vista sociologico che psico-sociologico. Pensa che l’approccio creativo possa sostenerci in questo momento?»

«Intanto cos’è la creatività? Una sintesi di due grandi doti dell’essere umano: la fantasia e la concretezza. Con la prima produciamo idee prodigiose, innovative, ma poi abbiamo bisogno della concretezza – pianificazioni, strategie, mezzi, ecc. – per realizzarle. Se una persona possiede entrambe, forte fantasia e forte concretezza, è un genio! Però i geni sono pochi. È più diffuso il caso di avere o l’una o l’altra: io, per esempio, sono molto fantasioso ma poco concreto. L’idea sarebbe creare dei gruppi creativi, in cui il concreto e il fantasioso lavorerebbero in sinergia, con un terzo elemento, fondamentale nei team vincenti: un leader carismatico e di grandi vedute

La nostra conversazione vira poi su un amore comune, Ravello, di cui il professore è cittadino onorario e dove è stato assessore alla cultura e al turismo e, per due mandati, presidente della “Fondazione Ravello”, e sui suoi quattro nipoti, di età compresa tra i 14 e i 25 anni.

«Cosa augura ai suoi nipoti, per il dopo-COVID e per la loro vita?»

«Ciascuno di noi è portatore di due tipi di bisogni: i bisogni quantitativi, bisogni alienati, secondo la definizione di Agnes Heller, ovvero il bisogno di potere, di denaro e di possesso di beni, e una serie di bisogni qualitativi, bisogni radicali, sempre per riprendere la definizione di Agnes Heller, cioè attinenti alla radice umana, che sono il bisogno di introspezione, di amicizia, di amore, di gioco, di Bellezza e di convivialità. Allora, per rispondere alla sua domanda, ai miei nipoti auguro di dare sempre meno importanza ai bisogni quantitativi e sempre più a quelli qualitativi.»

«Un augurio che prendo anche per me, professore! Grazie della sua disponibilità e buon telelavoro!»

Luciana Pennino

La foto di copertina ci è stata gentilmente fornita dal professor De Masi per questa intervista