Il caldo settembre napoletano è uno dei mesi più gettonati dal turismo nordeuropeo.

Per cui, preparatevi ad ascoltare, per le stradine del centro storico, e non senza una certa frequenza, l’espressione Nativity scene (letteralmente “scena della Natività”), uscir fuori dalle bocche di turisti inglesi e non.

Insomma, tenetevi pronti a dare indicazioni sul presepe, perché è questo ciò di cui staranno parlando e ciò che staranno cercando, alla volta delle opere frutto di quest’arte, ormai, a pieno titolo napoletana, che sa rifugiarsi negli scrigni più preziosi della nostra città.

Quell’espressione anglofona, che fa della Natività “la parte per il tutto” del presepe, quindi, segna un punto fondamentale a favore della Sacra Famiglia come elemento centrale della rappresentazione, motore assoluto di tutte le dinamiche che lo animano. D’altronde, i primissimi presepi, quelli del XIII secolo, da attribuire ai francescani, erano costituiti praticamente dalla sola scena religiosa.

Tuttavia, se la Natività ne è il fulcro, cosa dobbiamo pensare dei giocatori di carte, del corteo di personaggi orientali, degli animali da cortile, dei musicanti e dei clienti della taverna? Cosa dire di quel mondo così terreno, da cui il cielo appare nascosto, quai invisibile, che è quello dove, però, più ama indugiare la fantasia dell’osservatore e la perizia dell’artista?

E allora non tardiamo a ritrovare quelle logiche che, apparentemente, metterebbero in crisi il primato narrativo e semantico della scena della Natività. Così, la Sacra Famiglia è l’unica a vestire abiti non anacronistici, mentre si disperde in un melting pot di finanziere, panciotti e grembiuli della Napoli contemporanea del Settecento. E poi, gioielli di corallo di Torre del Greco, sete di San Leucio, vestiti in stile procidano. Insomma, non proprio un made in Betlemme. Senza considerare, infine, che la famiglia più antica della storia, non si trova nemmeno a casa sua, cioè, nella sua grotta. È finita, invece, dentro un tempio in decadenza, simbolo del trionfo del Cristianesimo sui culti precedenti e dell’amore con cui il XVIII secolo ricoprì le macerie delle “paganissime” Pompei ed Ercolano, appena rinvenute.

Incoerenza? Caos?

Nulla di tutto questo. Solo la grande verità sottesa a quel casus unico al mondo quale è il presepe napoletano del Settecento. La rappresentazione del divino che passa per la rappresentazione terrena, per quegli stessi uomini da cui è invocato e da cui trae giustificazione. È quella parte di tela di un dipinto che è lasciata in bianco, ma di un bianco che non è vuoto, ma luce, proprio grazie ad un abile gioco di contrasti.

La Natività si accontenta anche di un piccolo spazio, scintilla che genera l’incendio dell’azione, consapevole del proprio innegabile primato.