presepe Cuciniello

presepe Cuciniello

“Una pagina di Vangelo in dialetto napoletano”,  così  il Presepe Borbonico veniva definito nel Ottocento da Michele Cuciniello, donatore di una delle più significative  collezioni presepiali presenti nel Museo di San Martino.

Il Presepe del Settecento, in effetti,  è  un interessante documento visivo sugli usi , costumi,  folclore della Napoli borbonica, uno spaccato della vita quotidiana dell’epoca.

Osservando il Presepe Cuciniello , subito appare la netta diversità con i precedenti esemplari realizzati in periodi precedenti

 

presepe Alemanno

 

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A partire dal Medio Evo fino al XVIII secolo, il Presepe fu caratterizzato da sculture scolpite e intagliate in legno policromo e visibile, in qualsiasi periodo dell’anno, nelle cappelle delle varie chiese  i cui monaci coltivavano il culto del Divino Mistero.

Il Presepe Borbonico, in pieno clima neoclassico e in sintonia con lo spirito illuminista del Settecento, viene a rivoluzionare la Sacra rappresentazione della Nascita Divina, divenendo mondano, laico e profano.

Il Presepe Settecentesco nasce come svago di corte, la committenza non è più costituita da religiosi, ma da membri della famiglia reale, da aristocratici, ricchi borghesi i quali, in prima persona,  si dedicano all’allestimento del Presepe che diviene una sorta di simbolo, un mezzo per ostentare la propria agiatezza economica; infatti ingenti capitali venivano investiti per tali manufatti artistici.

Oltre che mondano il presepe settecentesco napoletano diviene laico e profano in quanto le parti più importanti, diventano quelle accessorie alla Natività, la quale è situata tra i ruderi di un tempio classico, omaggio alle recenti scoperte archeologiche di Pompei ed Ercolano i cui scavi erano stati finanziati da Carlo di Borbone.

natività tempio

Frutto del nuovo gusto Neoclassico,  le colonne del tempio sono anche simbolo del trionfo del Cristianesimo sul Paganesimo così come le prime Basiliche che furono appositamente costruite su templi pagani. A Napoli, ad esempio, l’imponente Basilica di San Paolo Maggiore conserva nella facciata, due colonne corinzie del Tempio dei Dioscuri  sul quale fu eretta

Maggiore rilievo assume la Scena della Taverna ossia il “ diversorium“, la scena completamente antitetica a quella sacra, una sorta di contrapposizione tra il Bene e il Male. In realtà l’Osteria diviene pretesto per rappresentare ogni specie di commestibili, i tipici  prodotti della cucina locale i quali, secondo una prammatica borbonica, per motivi igenici, dovevono essere esposti in alto.

Quarti di carne macellata, caciocavalli, salumi vari così posizionati e pendenti,  ricordavano i famosi apparati scenici allestiti per le frequenti  feste della Cuccagna,  volute dal sovrani non solo per il Carnevale ma anche per alcune ricorrenze legate alla Corte; tali leccornie venivano prese d’assalto dai lazzari al cenno del re che, in tal modo, consentiva al popolo di sprigionare le proprie energie represse durante l’anno e saziare  soprattutto lo stomaco.

osteria

Nella Scena dell’Osteria vi è una perfetta ricostruzione delle dimora dell’epoca , a due livelli, la cosiddetta “casa e puteca”; inoltre la presenza dell’oste rimanda al passo evangelico in cui la Vergine,  non trovando ospitalità in una taverna,  fu costretta a partorire altrove. Il pane e il vino sono anche riferimento alle spoglie eucaristiche del corpo e sangue di Cristo

Varie scene profane occupano, quindi, lo “ scoglio presepiale ”  ossia la base scenografica fatta di sughero, cartapeste,  materiali effimeri. Ampliandosi così la Scena Sacra si rimpicciolisce il Pastore.

Nel Settecento nasce un nuovo tipo di pastore, non più in legno e a dimensione naturale, ma a figura ” terzina “ (35-40cm) con testa, mani e piedi in terracotta e l‘anima interna in stoppa e fil di ferro duttile in modo che il soggetto possa assumere diverse movenze. Tali figurine presepiali indossano gli abiti assunti nelle varie Province del Regno.

Nel Regno di Napoli ogni piccolo e sperduto paese poteva vantare il suo costume nel quale la comunità locale si riconosceva e per la quale  rappresentava il simbolo palese della propria identità locale.

L’abito popolare da festa, l’abito ” pacchiano “, era oggetto d’interesse sia scientifico che pittoresco; questi vestiti, spesso confezionati in miniatura dagli stessi sarti più famosi della Capitale, erano arricchiti di passamanerie, galloni, cordoncini, lavorati dagli abili franciari napoletani; perfino la preziosa seta di San Leucio veniva prodotta in scala ridotta.

In realtà questa attenzione ai costumi del Regno nel Presepe Borbonico, fu dovuta alla grande impresa documentaria, al reportage iconografico iniziato nel 1783 e durato 15 anni da parte di due pittori di corte, D’Anna e Berotti, i quali furono incaricati dal sovrano di ritrarre i vestiti dei contadini delle varie Province del Regno.

costumi del Regno.

Dall’abbigliamento e dagli accessori si evince la condizione sociale dei diversi personaggi presepiali:  panciotti, attillate marsine, pantaloni sotto il ginocchio, scarpe con fibbia, copri capi di varie fogge caratterizzano la moda dell’epoca secondo il gusto spagnolo o il nuovo stile francese.

Spesso le figure femminile fanno bella mostra dei propri  gioielli cesellati in oro e pietre preziose; la collana in semplici grani in corallo apparteneva alla popolana, in particolare alla balia, in quanto la funzione apotropaica di tale materiale, allontanava la negatività dal neonato che spesso, beatamente,  viene rappresentato avvolto in  fasce mentre sugge al seno.

Inoltre nel presepe borbonico compaiono nuove tipologie di pastori molti dei quali esotici, orientali; si tratta di turchi, arabi, africani, georgiani. Questi personaggi stranieri sono testimonianza del cosmopolitismo del Regno Borbonico, dei traffici commerciali promossi da Carlo di Borbone con il Trattato di Costantinopoli nel 1740,  con cui il sovrano riapriva i negoziati con l’Oriente e l’Impero Ottomano. La presenza del particolare esotico è anche conferma del nuovo gusto della cinoseria diffusosi a metà Settecento in Europa e a Napoli si traduce  con lo straordinario Salottino di  porcellana di Maria Amalia di Sassonia, visibile alla Reggia di Capodimonte.

orientali

Il Presepe Borbonico, microcosmo della Napoli del Settecento, non smetterà mai di sbalordire,  oggi come ieri,  il forestiero e il napoletano stesso che, davanti a tale fantasmagoria di particolari, non può che rimanere egli stesso come il pastore della meraviglia:  sguardo estasiato e senza fiato!

pastore meraviglia

Annamaria Pucino

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