A volte, ad un certo punto della vita, capita che ti muoia qualcuno.

Attenzione, che “ti muoia qualcuno”, non, semplicemente, che “muoia qualcuno”.

Sì, perché, quando viene a mancare qualcuno, è come se un braccio, una gamba, ti venisse tolto, strappato, all’improvviso. Che accada dopo un incidente improvviso, o dopo una lunga cancrena, poco importa. Quel pezzo di te, si è perso, è scomparso, ma la vita non ti farà sconti, per questo. Dovrai comunque alzarti la mattina, prepararti da mangiare, lavarti, provvedere ai tuoi cari, tutto come sempre, ma senza quel braccio, senza quella gamba, di cui sei destinato a sentire l’assenza fino alla fine dei tuoi giorni.

Ed è quello che è appena successo a me. Sì, mi è morto qualcuno, di cui ieri sono stati celebrati i funerali, nella nostra Napoli. Mi è morto “zio Ruggiero”, un cugino di mia madre, ma che per me è sempre e solo stato “zio Ruggiero”. Per il resto del mondo, invece, è morto il “Professor Ruggiero Nigro”, uno degli “eroi” della chirurgia oncologica di Napoli e d’Italia.

Se proverete a digitare su Google “Ruggiero Nigro”, infatti, spunteranno da ogni angolo articoli stupendi e commoventi sui suoi enormi meriti umani e professionali: chirurgo dei “miracoli”, ricercatore fino alla morte, cultore dell’arte e grande filantropo. Lettere, parole e articoli scritti da terzi, sotto forma di byte immateriali capaci di parlare attraverso il nostro alfabeto, che, pur sembrando più “alla mano” rispetto ai loro cugini fatti di carta di giornale e macchiati di inchiostro, vi risulteranno comunque irrimediabilmente stretti nel loro carattere di ufficialità, come ospiti di una cena di gala avvolti in abiti troppo stretti e formali.

Ma se proverete a digitare “zio Ruggiero”, non troverete nulla di quell’emozione privata, silenziosa e quotidiana con attorno la figura di quella persona che ho amato e che amo, e che continua a muoversi, parlare e pensare nei miei ricordi. Non troverete quello che, per me, e quindi, per il mondo intero in cui vive sovrana la mia soggettività, era ed è zio Ruggiero, l’uomo vitale per antonomasia. Non l’eccellente chirurgo che sapeva anche amare la vita, ma l’uomo che era un eccellente chirurgo proprio in quanto amante forsennato della vita, di quella vita che, nel paziente, trovava la sua più autentica e concentrata espressione, insieme alla sua maggiore necessità di amore e di rispetto.

Zio Ruggiero operava, lo sanno tutti. Zio Ruggiero dipingeva, anche questo si sa. Ma solo pochi fortunati destinatari di racconti del suo privato può sapere che il professor Ruggiero Nigro, per me sempre e solo “zio Ruggiero”, improvvisava barzellette e giochi di parole per allontanare il male dall’anima dei malati, dopo averglielo estirpato dal corpo, con i suoi interventi. Solo un’amorevole e spontanea testimonianza potrà raccontarvi di quando Zio Ruggiero, per il mondo, “il professor Ruggiero Nigro”, si divertiva a camuffarsi da muratore e a non farsi riconoscere come primario, mentre strappava al grigiore della morte le pareti del suo ospedale, dipingendovi sopra immagini di tema religioso, anestetico policromo sull’animo ferito dei malati e dei loro familiari.

Forse, anche le parole che avete appena letto rischieranno di apparirvi più vicine ad un articolo che ad un’appassionata confessione. Non toglietemi, però, una dolce speranza: che adesso, in colui che per il mondo è stato il “Professor Ruggiero Nigro” possiate scorgere, anche solo per un momento, anche un po’ del mio “zio Ruggiero”.