IL MEZZOGIORNO DIMENTICATO….

Il World Economic Forum è un’organizzazione svizzera nata nel 1971 su iniziativa dell’economista Klaus Schwab.
Il 7 settembre ha pubblicato un rapporto dal titolo ‘The inclusive growth and development’, una dossier che esamina la capacità dei vari paesi di distribuire la ricchezza prodotta tra tutti i cittadini diminuendo la diseguaglianza e le ingiustizie sociali.
Il report colloca l’Italia tra i peggiori paesi del mondo per il suo alto livello di corruzione e la scarsa etica negli affari e nella politica; da noi ‘ la disoccupazione è alta ed accompagnata da un gran numero di lavoratori part-time involontari e di persone in situazioni occupazioni informali ed vulnerabili’: insomma gli italiani sono costretti a lavorare a tempo parziale, molto spesso ‘a nero’ e senza ammortizzatori sociali quando perdono il posto di lavoro.
La partecipazione delle donne al lavoro è bassissima e i loro stipendi sono molto più bassi di quelli degli uomini, è limitata ‘la creazione di imprese per favorire nuove opportunità di lavoro e sono scarse le fonti di finanziamento disponibili per farlo‘, in Italia c’è ‘un sistema di protezione sociale né particolarmente generoso né particolarmente efficiente’. La qualità del sistema educativo italiano è tra le più basse dei paesi sviluppati.
In sintesi, l’Italia si colloca agli ultimi posti della classifica delle nazioni sviluppate; peggio si piazzano unicamente Grecia e Slovacchia.
Anche la valutazione del grado di corruzione collocano il nostro paese in fondo alla graduatoria; solo Grecia, Repubblica Ceca, Israele e Corea del Nord stanno peggio, e lo stesso dicasi per la produttività del lavoro, che in Italia e Spagna è la più bassa al mondo.
Chi invece giace mestamente all’ultimo della classifica europea sono le regioni meridionali (Campania, Calabria, Basilicata, Puglia, Abruzzo, Molise) ed insulari del nostro paese (Sicilia e Sardegna): il cosidetto Mezzogiorno d’Italia. Per la valutazione dello stato di salute o meglio di malattia (e neanche tanto leggera!) di questa macroarea, in cura ormai da oltre un secolo e mezzo, soccorre il rapporto Svimez la cui anticipazione è stata pubblicata lo scorso 30 luglio.
Ebbene, secondo questo report, tra il 2000 ed il 2013 il reddito medio dei cittadini delle regioni del Mezzogiorno è cresciuto meno rispetto ad ogni altra zona d’Europa, non solo ricche ma anche rispetto alle zone povere; addirittura il reddito medio procapite del Mezzogiorno è cresciuto in questo periodo meno rispetto alle zone arretrate della Grecia.
In conclusione, la parte più povera di Italia ha accumulato nell’ultimo quindicennio il suo ritardo rispetto al regioni centrosettentrionali italiane e, cosa ancora forse più preoccupante, si sta allontanando anche dalle regioni più povere d’Europa.
E’ indubbio che la crisi mondiale iniziata nel 2007 ed acuitasi a partire dalla fine del 2011 abbia colpito maggiormente le aree meno ricche d’Europa ma il maggior ritardo che il Mezzogiorno ha sperimentato nell’ultimo quindicennio (quindi anche durante il periodo in cui ‘le vacche erano grasse’) dipende soprattutto da precise scelte strategiche della classe dirigente del nostro paese, scelte che continuano a penalizzare la parte più bassa dello Stivale.
Un solo dato in tal senso è esemplificativo; nel periodo 2001-2013 gli investimenti pubblici sono diminuiti del 40% nel Mezzogiorno e del 20% nelle regioni centro-settentrionali del paese, cioè della metà.
E’ evidente che se lo stato investe meno ad esempio in scuole, infrastrutture come ferrovie, strade ciò significa che le imprese private non producono e non assumono lavoratori. In un periodo di crisi come quello patito dal 2007 le scelte pubbliche anziché sostenere l’economia meridionale con investimenti l’ha addirittura danneggiata sottraendo denaro pubblico in misura maggiore che al Centro-Nord.
La politiche governative, condizionate nell’ultimo quindicennio in modo decisivo da forze politiche espressioni degli interessi delle regioni settentrionali (la Lega ha lasciato il segno!) , hanno penalizzato il Mezzogiorno.
Invertire la tendenza in atto si può ove se ne abbia la radicata volontà; in fondo anche la relazione Svimez suggerisce soluzioni possibili e, tutto sommato, a basso costo per le casse pubbliche. Non si tratta di inaugurare una nuova fase assistenziale per il Mezzogiorno ma semplicemente sfruttare le potenzialità che il territorio presenta come le infrastrutture portuali ed introdurre regimi di fiscalità agevolata imitando le esperienze che con successo sono state sperimentate in altre zone d’Europa. Ma su queste possibili soluzione ne discuteremo eventualmente in un prossimo articolo.
Al momento diciamo che le soluzioni tecniche non mancano, anzi. Quel che sembra continui a difettare è la volontà politica di porre il Sud realmente al centro della politica del nostro paese Il Mezzogiorno continua ad essere la parte dimenticata d’Europa ma il silenzio sceso sul tema dopo i pomposi proclami seguiti alla pubblicazione del rapporto Svimez consolidano le nostre convinzioni sul fatto che molto difficilmente l’agenda politica del nostro paese, per i territori sotto Roma, possa essere riscritta in tempi brevi con uno stile diverso dal passato.

Vincenzo Di Vita

Chi è Vincenzo Di Vita? Nei sogni infantili voleva essere medico per salvare vite umane. Questa convinzione crollò definitivamente quando, durante i suoi studi liceali, si imbatte nei libri di filosofia e matematica. Con smisurata ed incosciente ambizione, cambiò rapidamente i suoi progetti; da medico degli uomini volle essere medico della società per cui corse ad iscriversi alla facoltà di Economia. Conseguita la laurea col massimo dei voti, vinse un dottorato di ricerca in economia. Ha pubblicato vari testi con case editrici ed offre lezioni di Economia a studenti universitari.