Qual’è il nesso tra la città di Napoli e il melograno?

Il frutto esotico è presente in molti dipinti, sculture e bassorilievi in diversi luoghi della città, per capirne le origini si deve guardare indietro nel tempo. Il melograno è un frutto dalla storia antica, molto popolare nel mondo greco-romano. Afrodite stessa lo donò agli uomini, leggenda vuole che il primo albero fu piantato a Cipro, l’isola che diede i natali alla dea. Per questo motivo nell’antica Grecia era considerato un albero sacro, simbolo del matrimonio e della fertilità. Numerosi sono i dipinti in cui la dea della bellezza e dell’amore viene rappresentata con un melograno nella mano destra. Ma un altro è il mito legato al frutto: quello del rapimento (o ratto) di Persefone (Proserpina per gli antichi romani), figlia di Zeus e Demetra, che venne rapita da Ade (Plutone), Signore degli Inferi e fratello di Zeus, e  da lui sposata con l’inganno.

Demetra, dea dei raccolti, disperata per la sparizione della figlia, iniziò a cercarla ovunque, trascurando la crescita delle piante, dei raccolti e della vegetazione. La terra iniziò a morire. Fu Elios, dio del sole, a dire a Demetra che sua figlia era negli inferi perché rapita da Ade. Zeus, vedendo che la dea non curava più i suoi doveri, chiese alla divinità infernale di riconsegnare la fanciulla alla madre. Purtroppo Persefone aveva già mangiato i chicchi di melograno, che l’avevano legata ad Ade per sempre (chi mangiava i semi di melograno sarebbe stato costretto a rimanere negli Inferi per l’eternità). Allora Zeus convinse suo fratello a liberare Persefone e decisero così che la ragazza  potesse vivere una metà dell’anno negli Inferi e l’altra con la madre nell’Olimpo. 

Questo viaggio di Persefone simboleggia il cambio delle stagioni. Infatti nel periodo in cui Persefone tornava sulla Terra, Demetra faceva inverdire e fiorire la natura (stagione primavera-estate) per la grande gioia di avere la figlia con sé; nei mesi in cui ritornava negli Inferi invece, presa dalla malinconia, spogliava gli alberi e rattristava il paesaggio (stagione autunno-inverno). In questo mito il melograno rappresenta la morte e la rinascita a nuova vita, divenendo il simbolo del nutrimento dei defunti: numerosi i  geroglifici raffiguranti il frutto, che sono stati rinvenuti all’interno di tombe egizie di 2.500 anni fa. 

Il melograno assume così un duplice significato: la vita e la morte, divenendo anche il simbolo del matrimonio, dato che i grani del frutto ricordano l’abbondanza e la fecondità. Ancora oggi in Grecia è usanza rompere un melograno durante i matrimoni, e ai proprietari di una nuova abitazione si suole regalare il frutto per buon auspicio. La simbologia cristiana ne ha assunto questo duplice significato di morte e di rinascita, facendolo diventare simbolo del martirio di Cristo. Dipinti hanno rappresentato Madonne con questo frutto. Tra questi ricordiamo il tondo di Botticelli, Madonna del melograno, che raffigura la Vergine con in braccio Gesù bambino, con in mano un melograno.

Ma ritorniamo a nesso con Napoli. Numerose sono le opere che raffigurano questo frutto. Nella Cappella Minutolo al Duomo di Napoli, sulla facciata laterale del sepolcro di Enrico Minutolo, troviamo un bassorilievo raffigurante la “Madonna col Bambino”: una madre che tiene un melograno che contende con un bambino. Nel complesso di San Giovanni a Carbonara all’ingresso laterale della Chiesa, sulla parte anteriore, si può vedere la scultura di una donna, che tiene in braccio un bambino, mentre regge nella mano destra un melograno che ricorda la dea Persefone. 

In Via dei Tribunali, troviamo, invece, la Chiesa di Santa Maria delle anime del Purgatorio ad Arco: la chiesa è dedicata al culto del Purgatorio e delle sue anime. Il culto dei morti è profondamente sentito dai partenopei, in particolare la cura dei resti dei defunti di identità ignota, che vagano nel Purgatorio in cerca del sollievo delle pene. Le anime dei morti infatti, secondo le credenze napoletane, influiscono potentemente sull’esistenza dei vivi e vengono viste come entità spirituali benevole, a cui rivolgersi per chiedere aiuto. Sui bassorilievi scolpiti sulla facciata della chiesa sono presenti, insieme a piccoli teschi, dei melograni.

A Napoli un’antica credenza vuole che si ponga un piatto di melograni ancora acerbe al centro della tavola aspettando che maturino fino al 2 novembre, il giorno dei morti. Si crede che una volta aperti, i frutti assorbano le energie negative della casa. Il melograno è il frutto che paradossalmente simboleggia sia la vita (l’abbondanza, la fertilità) che la morte e questa dicotomia racchiude perfettamente la città partenopea.