Jun Aoki, recentemente premiato alla XIV edizione del Premio Masaniello nella sezione ciclica “Napoli infinitamente Napoli”, da decenni porta avanti uno straordinario progetto artistico in cui le più note canzoni napoletane vengono eseguite, con straordinaria espressività canora, alternando la versione originale alla versione in lingua nipponica. Il risultato è estremamente suggestivo, pieno di fascino e bellezza.

Il maestro, che da molti anni vive tra l’Italia e la sua madre patria, è un uomo piccolo ed esile, un folletto del pentagramma. Leggero nell’aspetto e potente nella esecuzione, possiede tutto il fascino e l’eleganza serigrafata della sua terra e a questi aggiunge la passionalità viscerale che è l’elemento irrinunciabile richiesto agli interpreti della canzone napoletana.

Era de Maggio, O’ surdato innammorato, Te vurria vasa’: canzoni che attraversano e sfidano i decenni e giungono, nitide e commoventi, per emozionare gli uomini e le donne di oggi. Testi drammatici o allegri, pieni di promesse, sogni, dolori e rinascite. Ora appassionate, ora scanzonate, le melodie restano nei cuori. Siamo così impregnati di queste note e di queste parole che solo a leggere il titolo delle canzoni, queste ultime già risuonano nella nostra testa, indelebili come il ricordo della propria mamma o del primo bacio.

Amare la musica partenopea per un napoletano è facile come respirare ma non è così immediato per un giapponese.

L’attestato di amore del maestro Aoki verso la nostra tradizione ci commuove ed esalta. Possiamo solo immaginare lo sforzo profuso per imitare pedissequamente i suoni del napoletano che noi apprendiamo fin fa piccoli e che lui ha dovuto imparare a partire da una fonetica completamente diversa.

L’amore soltanto l’amore può aver reso possibile questa capacità mimetica.

E Napoli nella serata del Masaniello ha contraccambiato con calore e gratitudine, estasiata dalle note e dalla loro interpretazione.

Tanto amore per Napoli giunge da così lontano e ci ripaga delle continue ferite che provengono dai denigratori della nostra città che arrivano a riesumare le fantasticherie di Cesare Lombroso per asserire la delinquenza innata dei napoletani. Accade al Museo del Cinema di Torino, dove si trovano esposte le fotografie pseudoscientifiche dell’autore, largamente contestato, senza menzionare minimamente la completa assenza di riscontri scientifici nella immaginata corrispondenza tra caratteri somatici e attitudine a delinquere.

Questa però è un’altra storia e noi preferiamo guardare verso il lontano Est, quel tipo di Nord non ci piace.