Venerdì al Teatro Avanposto Numero Zero, è andato in scena “Il grande fallo 2.0” con Roberta Misticone, che ne ha curato anche la regia, e Marilia Testa, testo a cura di Milena Pugliese.

Ultima replica sabato 29 Dicembre alle ore 21.00 al Teatro Avanposto Numero Zero – Via Sedile di Porto, 55 (Via Mezzocannone, C.so Umberto) – 80134 Napoli.

In un futuro distopico, non tanto lontano dai giorni nostri, alcune donne cominciano a riprodursi senza l’apporto biologico degli uomini, i quali, spaventati della piega che questa situazione può prendere, mettono in atto un colpo di stato, riorganizzando la società e le sue leggi, con lo scopo di controllare, fino alle estreme conseguenze, tutte le donne.

Queste sono le premesse di quella che può essere definita una “tragedia fantascientifica”. Perché tragedia, perché narra di un futuro che per certi versi è fin troppo realistico, dove tutti perdono la vita anche quelli che non muoiono, lo scenario è sicuramente portato al parossismo, ma è stato per certi aspetti già vissuto in epoche passate, e lo è ancora in alcune culture contemporanee.

La donna vista come una non-entità è un concetto fin troppo familiare, dall’antica Grecia (cultura fortemente misogena, in cui le donne non esistevano a livello giuridico, la cui  esistenza era validata solo in relazione al proprio sposo e ai propri figli, in altre parole non avevano un’identità propria, ma esistevano in quanto madri o mogli di qualcuno) ad oggi, in alcune culture fortemente definite dal loro credo religioso.

Il tema affrontato da “Il grande fallo” non è nuovo. Milena Pugliese trae ispirazione da una notizia sentita per radio 15 anni fa, sulla possibilità che le donne per procreare, in un futuro non molto distante, possano non avere più bisogno degli uomini, così nasce l’idea per questa storia. Precedentemente  il ruolo e della condizione femminile nella sua essenza e del suo rapporto con l’universo maschile è stato narrato da Ira Levin nel suo romanzo “Stepford’s Wives”, (1975) in cui si affrontano soprattutto le tematiche sociali dell’allora nascente femminismo e del contrapposto disagio del maschio, il quale in modo drastico e paradossale risolve il problema alla radice, sostituendo le scomode compagne con copie inoffensive e devote. Sulla stessa lunghezza d’onda siamo con Margaret Atwood nel suo “The Handmaid’s Tale“, nel quale l’identitá femminile  viene messa tacere grazie ad una struttura sociale che controlla tutti gli aspetti della vita delle donne.

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Come i suoi predecessori “Il grande fallo” sembra aver avuto origine da una sorta di “inconscio collettivo“. Milena Pugliese non è stata ispirata dai due precedenti romanzi, ma da una conoscenza quasi istintiva della vera e sinistra natura della relazione tra uomo e donna, o meglio tra maschio e femmina. La Misoginia greca, quella giudaico cristiana, quella mussulmana, quella culturale che avvinghia la maggior parte dei paesi dell’occidente industrializzato, è radicata nella paura verso la donna. La paura del potere che le donne possiedono: quello di dare la vita; e in ultima analisi la paura che hanno gli uomini di perdere il controllo, perché se si perde il controllo si perde il potere.

Ed allora questo dove ci lascia in relazione a “Il grande fallo”? La vera differenza tra la storia narrata dalla Pugliese e le altre due è che la scrittrice ha usato un elemento narrativo chiave, come punto di partenza e fulcro dell’intera storia, che decodifica il comportamento degli uomini verso le donne, dalla notte dei tempi ad oggi. Milena Pugliese ha centrato perfettamente il nocciolo della questione: la causa della società fallocratica narrata nella sceneggiatura è la paura di perdere quel poco di potere che gli uomini hanno sulle donne,  quello della procreazione, e pertanto di diventare obsoleti, di estinguersi. Perchè in termini evoluzionistici, il rapporto dell’uomo verso la donna non è regolato dall’amore, dal rispetto, dal considerare la donna una persona alla pari, ma da quello di trasmettere il più possibile il proprio patrimonio genetico. Tanto è sempre stata l’ossessione degli uomini sul loro senso di inferiorità in questo campo, che i romani ne fecero un assioma del loro diritto di famiglia: “mater semper certa est, pater numquam”.

Roberta Misticone, regista e inteprete della sorella maggiore, e Marilia Testa, che svolge il ruolo della sorella minore, hanno saputo carpire questo codice nei suoi dettagli più intimi,  e attraverso le parole, le voci, i movimenti di due sorelle molto diverse traspare quest’elemento essenziale: la lotta dei sessi sul controllo della procreazione, e la loro angoscia nel cercare delle speranze a cui aggrapparsi.  La loro interpretazione a tratti frenetica, a tratti ironica, a tratti commovente rende realistico il dramma che le due ragazze stanno vivendo. È una tragedia e pertanto non ci sarà lieto fine, è una tragedia in cui tutti vivono e tutti muoiono.

In conclusione voglio menzionare il seme di quell’incoscio collettivo di Junghiana memoria a cui forse questo racconto e gli altri hanno fatto capo. Nel mito greco sulla scoperta del fuoco gli uomini vivevano felici in una sorta di mondo perfetto, di paradiso terrestre, nel quale le donne non esistevano. Gli uomini si moltiplicavano germogliando dalla terra, come piante. Prometeo, uno dei titani, mosso a pietà fece loro il dono del fuoco.  Le altre divinità prese dall’ira per quanto aveva fatto, lo legarono ad una roccia e mandarono un aquila a divorargli il fegato di giorno, mentre la notte glielo facevano ricrescere. La punizione dell’uomo invece fu diversa…fu Pandora, una donna, la prima donna, che quando aprì la sua scatola causò  tutti i mali del mondo.